Pierfranco Pellizzetti
fenomenologia di Antonio Di Pietro
2010 pp.160 18,00 €
Il paradosso di un uomo intrinsecamente di destra (l’eroe di Tangentopoli, il fondatore e padrone dell’Italia dei valori) che lancia un’Opa sull’intera sinistra italiana come segnale di una crisi generale della politica nello stallo dei processi di modernizzazione del paese.
Il fenomeno di un magistrato, ex questurino, che diventa una star, con curiose analogie con il fenomeno contemporaneo incarnato dal suo avversario: Silvio Berlusconi. In un tempo in cui i personaggi sostituiscono le personalità, Di Pietro assume le sembianze di un Marco Pannella del XXI secolo, ma anche di un nuovo Bertoldo, intriso di antichissima cultura contadina furbesca. Campione di quella politica delle “persone perbene” che pretende di assumere il ruolo di una sorta di comitato di liberazione nazionale, con le sue ambigue scorciatoie e la sua retorica del rancore.
Un magistrato-questurino tra Kant e Husserl
Lo dichiaro subito: chi cercasse fra queste pagine dedicate al leader di Italia dei Valori, l’ex magistrato Antonio Di Pietro, denigrazioni condite da gossip o partigianerie apologetiche resterebbe immediatamente deluso. Non è certo questo il loro obiettivo. L’intento perseguito – piuttosto – è quello di analizzare fenomenologicamente un caso: i carichi di pregiudiziale ostilità e soprattutto di abbandono da innamoramento che si indirizzano verso un personaggio pubblico, esempio di un più generale quanto curioso ritorno all’idolatria sotto le apparenze della politica, riscontrabile in consistenti settori della cosiddetta società civile.
Tutto ciò alla ricerca di concetti logici originati da intuizioni come concreta “esperienza vissuta” – l’Erlebnis di Edmund Husserl – rispetto a un fenomeno situato nel nostro spazio e nel nostro tempo (seppure con un piccolo dubbio: che c’azzecca l’Estetica Trascendentale kantiana con Tonino da Montenero di Bisaccia?).
Dunque, “dipietrismo” e il suo contrario, più che Antonio Di Pietro. Nell’inverno del nostro scontento democratico.
Prima di intraprendere questo viaggio mentale ho cercato ispirazione rivedendo la cassetta di un film del Pietro Germi annata 1949, forse la sua regia più alla John Ford: “In nome della legge”, quel western di ambientazione siciliana che anticipò il filone del nostro cinema civile degli anni Sessanta. In particolare gli ultimi fotogrammi, dove il pretore ventiseienne Guido Schiavi (Massimo Girotti) avanza nella piazza polverosa dell’ipotetico paese di Capotraso, luogo-simbolo della Sicilia sotto il tallone di una Onorata Società ancora rurale, affiancato dal fido maresciallo dei carabinieri Bricò (Saro Urzì) per arrestare il mafioso assassino di un minorenne rivale in amore. Quel suo «in nome della Legge, ti dichiaro in arresto» ha una tale forza civile che perfino il Padrino locale – Massaro Passalacqua (Charles Vanel) – ne riconosce la superiorità etica rispetto all’antica legge tribale, imponendo ai propri accoliti di farsi da parte di fronte all’uomo dello Stato.
Una scena che – si direbbe – preconizza e anticipa il futuro faccia a faccia tra Giovanni Falcone e don Masino Buscetta; quando – così ci è stato raccontato – il boss della Mafia pre-corleonese venne condotto a rimettere in discussione il proprio codice d’onore arcaico proprio nel confronto diretto con l’essenza incommensurabilmente più evoluta di quello repubblicano, incarnato dal giudice che lo stava interrogando.
Il nostro immaginario collettivo reca larghissime influenze da parte dalle figure del coraggio e della dedizione che difendono a sprezzo del pericolo la legalità, inducendo positivi effetti di immedesimazione: i giudici in lotta contro le corporazioni del Potere e le loro malefatte...