Enrique Dussel
l'ultimo Marx
2009 pp.288 28,00 €
Attraverso uno scavo in quella straordinaria miniera che sono i manoscritti inediti di Marx, il filosofo latino americano Enrique Dussel riporta alla luce le questioni e i problemi che animavano il pensatore di Treviri durante la stesura del Capitale, mostrando come egli non smettesse mai di trasformare e rielaborare il suo pensiero. Dal lavoro di Dussel emerge dunque non solo un Marx decisamente autocritico, ma anche un Marx molto attento ai problemi storico-politici a lui contemporanei.
Dussel guarda a Marx da un punto di vista post-coloniale e a partire da un continente, l’America latina, in grande movimento e nel quale il pensiero critico sembra vivere una nuova stagione di fermenti e di vitalità.
Prefazione dei curatori
Insieme a La producción teórica de Marx. Una introducción a los Grundrisse1 e Hacia un Marx Desconocido. Un comentario de los Manuscritos del ’61-’632, El último Marx (1863-1882) y la liberación latinoamericana, pubblicato in Messico nel 1990, del quale qui proponiamo la traduzione italiana3, rappresenta il frutto di un lungo attraversamento dell’intera opera matura di Marx, volto a farne emergere non i tratti della dottrina, ma al contrario il suo carattere costitutivamente “aperto”: “… in vita Marx pubblicò meno della settima parte del suo progetto… Nulla era più lontano dalla mente di Marx di una teoria chiusa, dogmatica, conclusa, che si dovesse applicare rigidamente”4. L’indagine del percorso marxiano, dai Grundrisse fino alle ultime riflessioni sulla comune rurale russa, permette inoltre a Dussel di mettere in evidenza importanti spostamenti tematici nella composizione dei testi. In tale quadro, i Grundrisse vengono interpretati, da una parte, come un’opera espansiva e “precorritrice”, in quanto fanno presagire la struttura del successivo Capitale, dall’altra, come un testo problematico, che confonde la questione della realizzazione del capitale con quella della sua accumulazione. Il nuovo livello di analisi viene imposto a Marx dal confronto con la congiuntura che aveva accompagnato la stesura dei Grundrisse accendendo speranze rivoluzionarie: l’opera in questione, con il suo carattere “febbrile”, è sorretta da una vera e propria scommessa politica sulla crisi del 1857.
Ma l’atteso déluge del capitalismo, auspicato e previsto da Marx, non ebbe luogo. Anzi, il capitalismo sembrò uscire dalla crisi più prospero di prima. In una lettera dell’8 ottobre 1858 a Engels, Marx traccia un bilancio di quella crisi, abbozzando al tempo stesso il nuovo lavoro teorico e politico da compiere: «Non possiamo negare che la società borghese ha rivissuto per la seconda volta il suo sedicesimo secolo, dal quale spero che sarà sepolta così come fu chiamata in vita dal primo. Il vero compito della società borghese è la creazione del mercato mondiale (Weltmarkt), almeno nelle sue grandi linee, e di una produzione che poggi sulle sue basi. Siccome il mondo è rotondo, sembra che questo compito sia stato portato a termine con la colonizzazione della California e dell’Australia e con l’apertura della Cina e del Giappone. Ecco la questione difficile per noi: sul continente la rivoluzione è imminente e prenderà anche subito un carattere socialista. Non sarà necessariamente schiacciata in questo piccolo angolo del mondo, dato che il movement della società borghese è ancora ascendant su un’area molto più vasta?». Marx deve fare i conti con il secondo «sedicesimo secolo» del capitalismo, con una accumulazione di lunga durata che, attraverso la colonizzazione, pone in essere il «mercato mondiale». E se queste sono le coordinate del lavoro teorico da sviluppare, il compito politico non risulta meno impegnativo: una rivoluzione socialista europea, in «questo piccolo angolo del mondo», verrà necessariamente schiacciata se il movimento del capitale è ancora ascendant nel resto del mondo. Così Marx incominciava a porre l’urgente questione di un ripensamento dell’accumulazione su scala mondiale...