Sangue d'Italia - Un brano
Copertina
Luzzatto Sergio
Sangue d'Italia
Interventi sulla storia del Novecento

2008 pp.224 20,00 €

Come possiamo difenderci dal maltrattamento pubblico della storia cui si dedicano opinion makers e giornalisti spesso condizionati dalle contingenze della politica nazionale? Il modo migliore è forse ricorrere alla competenza e al rigore degli storici veri e propri. È questo l’invito che Sergio Luzzatto rivolge ai lettori attraverso questa brillante raccolta di interventi e “raccomandazioni” di lettura, per comprendere, fuori dagli usi strumentali, il nostro recente passato e le sue ferite ancora aperte. Gli scritti di Luzzatto (usciti principalmente sul “Corriere della Sera”) affrontano con piglio polemico e limpidezza di stile i principali snodi della storia italiana del Novecento: la peculiare modernità del Ventennio fascista, il traumatico valore della guerra civile combattuta in Italia dal 1943 al ’45, la complicata eredità dell’esperienza resistenziale, il peso politico e civile degli «anni di piombo». Un piccolo strumento di sopravvivenza informata, un salvagente nel periglioso oceano dell’uso pubblico della storia.


Premessa





Gli storici occupano una posizione singolare nello spazio pubblico italiano. Da un lato, vengono sollecitati a intervenire al di fuori del terreno accademico, per rispondere a una crescente domanda di riflessione e di pronunciamento sul tempo passato. Come in altri paesi dell’Occidente, così in Italia si chiede agli storici di contribuire a un «uso pubblico della storia» sempre più praticato, e praticato dalla politica oltreché dalla cultura e dai media. Entro un clima dove la storia tende ormai a finire in tribunale, riesce logico che gli storici vengano convocati alle udienze in qualità di periti: quand’anche a rischio di essere confusi con i giudici, nel momento in cui si trovano a cimentarsi con categorie o con pratiche extra-storiografiche come sono quelle della colpa e del danno, del divieto e dell’obbligo, dell’assoluzione e della condanna, del risarcimento e del perdono.
Dall’altro lato, in Italia più che altrove gli storici devono fronteggiare una sorta di concorrenza sleale: la concorrenza di giornalisti, o comunque di opinions-makers che il sistema dell’informazione tende ad accreditare come ferrati in materia di storia, e che il pubblico è indotto a riconoscere come tali. Altrove, può capitare (raramente) che il libro di uno storico di mestiere conosca un inopinato successo di libreria, che diventi un bestseller. Da noi, capita fin troppo spesso che diventino bestseller libri dove la storia è trattata in un modo all’apparenza cordiale, in realtà dilettantesco: autorizzando nei lettori un sentimento di familiarità con il passato che andrebbe considerato, piuttosto, ignoranza aggravata di quel passato. Nell’Italia repubblicana, i libri “storici” di Indro Montanelli hanno fondato un genere che continua a prosperare, e a fare danni: per esempio, nella forma dei libri “storici” di Giampaolo Pansa o di Bruno Vespa.
In una situazione del genere, io credo che gli storici di mestiere, se hanno l’opportunità di accedere al sistema dei media, devono svolgere un’azione – per così dire – di igiene culturale. Al pari di ogni altro mestiere, quello dello storico presuppone sia la padronanza di alcune tecniche di lavoro, sia il rispetto di una deontologia professionale: senza le quali non si ha storia, ma chiacchiera, e non si ha uso pubblico del passato, ma abuso. Un falso medico che abusi del titolo per esercitare la medicina è passibile di azione legale per millantato credito, e in ogni caso viene additato pubblicamente come un ciarlatano. Perché un falso storico che abusi del titolo per discettare sul passato dovrebbe meritare un trattamento differente? Se pure mancano alla magistratura gli strumenti per contestare al falso storico il millantato credito, perché far mancare al pubblico gli strumenti per riconoscere nel falso storico il ciarlatano?
Naturalmente, a fare discorsi del genere si corre il pericolo di essere fraintesi. Si rischia di vedersi rimproverato un atteggiamento corporativo, da “ordine professionale” degli storici. Addirittura si rischia di cadere nel ridicolo, figurando sulla scena mediatica come patetici professorini con il dito alzato. Eppure sono rischi che vale la pena di correre, nello sforzo di rimediare ai guasti che il chiacchiericcio sopra la storia produce nel senso comune che abbiamo del nostro passato, dunque nella percezione che abbiamo di noi stessi. Del resto, l’operazione di igiene culturale alla quale gli storici di mestiere sono chiamati non comprende unicamente un lavoro in negativo, per smascherare i ciarlatani. Comprende anche un lavoro in positivo: per indicare i maestri. Che non sono gli storici “di sinistra”, né quelli “di destra”, né quelli “revisionisti” o “terzisti”, ma sono, semplicemente, gli storici più capaci.
Attirare l’attenzione del lettore non specialista sul merito di libri e di autori che ci aiutano davvero a capire da dove veniamo, chi siamo: il presente volume non si propone niente più e niente meno di questo. Raccoglie qualche decina di interventi che mi è occorso di pubblicare durante gli anni scorsi, principalmente sulle pagine culturali del «Corriere della Sera», e che hanno tutti per tema la storia d’Italia nel ventesimo secolo. Gli interventi sono raccolti in quattro sezioni, che seguono all’ingrosso un ordine cronologico – dal Novecento più remoto al Novecento più prossimo – e che individuano altrettanti snodi problematici della nostra vicenda collettiva: la peculiare modernità del Ventennio fascista, il traumatico valore della guerra civile combattuta in Italia dal 1943 al ’45, la complicata eredità dell’esperienza resistenziale, il peso politico e civile dei cosiddetti «anni di piombo».
Alcuni di questi interventi sono nati come contributi a sé stanti, sganciati dall’una o dall’altra contingenza editoriale. I più sono nati come interventi mirati. Non solo o non tanto, genericamente, come recensioni, quando piuttosto, provocatoriamente, come “raccomandazioni”: sollecitazioni forti a scoprire un determinato libro di storia entro la selva dei volumi in uscita, inviti pressanti a eleggere un certo storico di mestiere come interlocutore prezioso, quasi necessario alla nostra esperienza del contemporaneo. Sommandosi le une alle altre, le raccomandazioni di lettura vorrebbero costituire qualcosa di simile a un survival kit: un piccolo strumento di sopravvivenza informata, nell’oceano periglioso dell’uso pubblico della storia.


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