Sotto tre bandiere - Un brano
Copertina
Anderson Benedict
Sotto tre bandiere
Anarchia e immaginario anticoloniale

2008 pp.296 32,00 €

In questo originalissimo nuovo libro Benedict Anderson ripensa radicalmente i temi del suo classico e fortunatissimo testo sul nazionalismo, Comunità immaginate, attraverso un viaggio nella politica e nella cultura di fine Ottocento che spazia dai Caraibi all’Europa imperiale al Mar della Cina. Ne emerge un mirabolante incrocio di culture sovversive e anarchiche, dalle Filippine del grande scrittore politico José Rizal agli anarchici catalani, francesi e italiani, dalla insurrezione armata della Cuba di José Martì alla lotte antiimperialiste in Cina e Giappone. Nella contaminazione con le avanguardie letterarie europee e con la cultura rivoluzionaria dei Malatesta e dei Bakunin, si afferma una nuova coscienza anticoloniale e antiimperialista che condurrà alla stagione delle indipendenze. Uno sguardo capace di proiettare nel passato la dimensione globale del mondo di oggi.


Introduzione





Se d’estate, in una notte tropicale e senza luna, alziamo lo sguardo verso il cielo, ciò che vediamo è una volta luccicante di stelle immobili, unite solo dall’oscurità e dalla nostra immaginazione. La loro immensa, serena bellezza richiede uno sforzo di volontà per ricordarci che queste stelle sono in realtà in perpetuo movimento, spinte qui e là dalla forza invisibile dei campi gravitazionali di cui sono una parte imprescindibile. Simile è l’eleganza del metodo comparativo, che mi ha permesso di accostare, ad esempio, il nazionalismo “giapponese” e quello “ungherese”, quello “venezuelano” a quello “americano” e quello “indonesiano” a quello “svizzero”, ognuno dei quali brilla di luce propria.
Ad Haiti durante la rivoluzione, al calar della notte, indebolite dalla febbre gialla, le truppe polacche al comando del generale Charles Leclerc – inviato da Napoleone per riportare la schiavitù – udirono i loro avversari nelle vicinanze cantare “La Marsigliese” e “Ça ira!”. In risposta a questo richiamo si rifiutarono di eseguire l’ordine di massacrare i prigionieri neri1. L’Illuminismo scozzese ha fornito la cornice all’insurrezione anticoloniale americana. I movimenti indipendentisti e nazionalisti sono inscindibili dalle correnti universalistiche liberali e repubblicane. A loro volta il romanticismo, la democrazia, l’idealismo, il marxismo, il pensiero anarchico, e perfino, per ultimo, il fascismo, hanno tutti, in maniera diversa, unito le nazioni ed esteso i confini del globo. L’elemento con più valenze, il nazionalismo, si è combinato con tutti gli altri in modi e tempi diversi.
Questo libro rappresenta un esperimento di quello che Melville avrebbe chiamato astronomia politica, poiché tenta di tracciare una mappa della forza gravitazionale esercitata dal movimento anarchico all’interno dei nazionalismi militanti, agli angoli opposti del pianeta. In seguito al collasso della Prima Internazionale e alla scomparsa di Marx nel 1883, il movimento anarchico, nelle sue diverse articolazioni, è stato l’elemento dominante nella Sinistra radicale consapevolmente internazionalista. Non è solo il fatto di aver espresso, una generazione dopo Marx, un filosofo influente come Kropotkin (nato ventidue anni dopo) o un leader politico carismatico e vivace come Malatesta (nato trentatré anni dopo Engels), non superati dal marxismo ortodosso. Nonostante l’imponente edificio del pensiero di Marx, al quale pure si è frequentemente ispirato, il movimento anarchico ha coinvolto contadini e lavoratori agricoli, in un’epoca in cui la maggior parte del proletariato industriale era concentrata in Europa del nord. In nome della libertà individuale, era aperto a scrittori e artisti “borghesi”, quando il marxismo istituzionale del tempo non lo era affatto. Altrettanto ostile nei confronti dell’imperialismo, non era pregiudizialmente contrario a “piccoli” e “astorici” nazionalismi, compresi quelli del mondo coloniale. Gli anarchici sono stati anche più veloci nell’approfittare delle vaste migrazioni transoceaniche dell’epoca. Malatesta trascorse quattro anni a Buenos Aires – qualcosa di inconcepibile per Marx o per Engels, i quali non si spostarono mai dall’Europa occidentale. Il Primo Maggio commemora gli immigrati anarchici – non marxisti – giustiziati negli Stati Uniti nel 1886.
Ci sono anche altre ragioni se l’arco temporale considerato in questo libro comprende gli ultimi decenni del diciannovesimo secolo. Non è un caso che l’ultima insurrezione nazionalista del Nuovo Mondo (a Cuba nel 1895) e la prima in Asia (nelle Filippine nel 1896) siano avvenute quasi simultaneamente. I cubani (così come i portoricani e i dominicani), cioè i nativi di ciò che restava del favoloso impero globale spagnolo, e i filippini non solo avevano letto qualcosa gli uni degli altri, ma ebbero contatti personali cruciali e seppero coordinare le loro azioni. Per la prima volta nella storia fu possibile coordinarsi a un livello globale. Entrambe le insurrezioni furono alla fine represse, a pochi anni di distanza l’una dall’altra, dalla stessa, brutale potenza che aspirava all’egemonia. I contatti non ebbero luogo direttamente tra le province accidentate di Oriente e Cavite, ma furono mediati da “rappresentanti”, che si trovavano soprattutto a Parigi, ma anche a Hong Kong, Londra e New York. I nazionalisti cinesi seguivano con grande attenzione sulle pagine dei giornali gli eventi cubani e filippini – oltre alla lotta dei nazionalisti boeri contro l’imperialismo britannico studiata anche dai filippini – per imparare come “fare” la rivoluzione, l’anticolonialismo e l’antimperialismo. Filippini e cubani trovarono, a livelli diversi, i loro alleati più affidabili tra gli anarchici francesi, spagnoli, italiani, belgi e inglesi – ognuno con le proprie ragioni, non sempre nazionalistiche.
Questi rapporti reciproci furono possibili perché negli ultimi due decenni del diciannovesimo secolo ebbe inizio quella che potremmo chiamare la “prima globalizzazione”. L’invenzione del telegrafo fu presto seguita da successivi miglioramenti e dalla posa dei cavi sottomarini transoceanici. In tutto il pianeta, chi abitava nelle città si abituò ben presto al telegrafo. Nel 1903, Theodore Roosevelt mandò un telegramma a se stesso che impiegò nove minuti per fare il giro del mondo2. L’inaugurazione della convenzione postale universale nel 1876 accelerò notevolmente il traffico di lettere, riviste, giornali, fotografie e libri in tutto il mondo. La nave a vapore – sicura, veloce ed economica – rese possibili per la prima volta migrazioni di massa da stato a stato, da impero a impero e da continente a continente. Una rete ferroviaria sempre più fitta trasportava milioni di persone e di merci all’interno dei confini nazionali e coloniali, facilitando i collegamenti tra le zone interne più remote e tra queste e i porti e le capitali.
Gli ottant’anni tra il 1815 e il 1894 furono in quasi tutto il mondo un periodo di pace e d’inerzia. Con l’eccezione degli Stati Uniti, quasi tutti gli stati erano retti da monarchie, di tipo autocratico o costituzionale. Le tre guerre più lunghe e sanguinose furono combattute alla periferia del sistema-mondo – le guerre civili in Cina e negli Stati Uniti, la Guerra di Crimea sulla costa settentrionale del Mar Nero e i terribili scontri, negli anni sessanta del diciannovesimo secolo, tra il Paraguay e i suoi potenti vicini. Bismarck sconfisse l’Austria-Ungheria e la Francia in breve tempo, senza eccessivi costi umani. La superiorità europea in termini di risorse industriali, finanziarie e scientifiche era indiscutibile, e l’imperialismo avanzava in Asia, Africa e Oceania senza incontrare una significativa resistenza armata, con l’eccezione dell’Ammutinamento indiano. I capitali circolavano velocemente e piuttosto liberamente attraverso i confini nazionali e imperiali.
Fu a partire dal 1880 che si fecero sentire le prime scosse di quello che sarebbe stato un cataclisma, poi ricordato come la Grande Guerra o la Prima Guerra Mondiale. All’assassinio dello zar Alessandro II nel 1881, per mano di estremisti dinamitardi che si autodefinivano “Volontà del Popolo”, fece seguito nei successivi venticinque anni l’uccisione di un presidente francese, un re italiano, un’imperatrice e un erede al trono austriaci, un re portoghese con il suo erede, un primo ministro spagnolo, due presidenti americani, un re di Grecia, un re della Serbia e una serie di potenti uomini politici conservatori in Russia, Irlanda e Giappone. Ovviamente, ci furono anche molti altri attentats non riusciti. I primi e più spettacolari di questi omicidi furono compiuti da anarchici, seguiti subito dopo dai nazionalisti. Nella maggior parte dei casi la reazione fu molto pesante, in termini di durissime leggi “antiterrorismo”, esecuzioni sommarie e torture eseguite dalla polizia, sia pubblica che segreta, e dai militari. Ma gli autori degli omicidi, alcuni dei quali si potrebbero benissimo chiamare i primi attentatori suicidi, agivano pensando a un pubblico mondiale, quello delle agenzie stampa, dei giornali, dei religiosi progressisti, dei lavoratori, delle organizzazioni contadine e così via. [...]


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