L'azienda guerra - Un brano
Copertina
AA.VV. (a cura di Azzellini Dario e Kanzleiter Boris)
L'azienda guerra


2006 pp.224 18,00 €

Il neoliberismo non privatizza solo le industrie statali e i servizi, ma anche la conduzione della guerra. Gli stati affidano sempre più a imprese militari specializzate la gestione delle operazioni belliche. Dall’Africa, all’Asia, all’America Latina i professionisti privati della guerra proteggono con le armi governi e interessi economici, gestiscono carceri e praticano torture per conto dei politici. Un gruppo di studiosi descrive e analizza l’impiego delle aziende militari private in diverse aree del mondo e le trasformazioni che questo impiego comporta nella guerra contemporanea divenuta fenomeno permanente dell’ordine globale. La guerra come impresa realizza, in forma paradigmatica, gli obiettivi del neoliberismo: trasferire al privato anche la più propria delle prerogative statali e aprire un campo senza confini alla realizzazione del profitto.


INTRODUZIONE

Dario Azzellini, Boris Kanzleiter





Le forme di conduzione delle guerre stanno cambiando. Sempre più spesso sorgono, a fianco degli eserciti regolari, nuovi attori della guerra: compagnie militari private (Private Military Contractors, PMC), paramilitari, «signori della guerra», eserciti privati e mercenari. Attualmente si ingaggiano meno guerre tra stati nazionali, ma aumentano i conflitti interni a questi ultimi tra truppe regolari e irregolari che coinvolgono, soprattutto, la popolazione civile. Questi fenomeni, ignorati per molto tempo, sono emersi con forza negli ultimi anni. La denominazione «nuove guerre» dà origine, oggi, a un preciso concetto interno al dibattito delle scienze sociali e dei mass-media. Generalmente, la crescente comparsa di imprese private che operano la violenza è considerata sintomo di «indebolimento dello stato», «caos», «anarchia»; in sostanza la perdita del «monopolio della violenza di stato» negli «stati mancati» verso i quali l’occidente è, per lo più, impotente.
La presente raccolta di saggi ha il proposito di mettere in evidenza la responsabilità della globalizzazione neoliberista occidentale nella proliferazione di «nuove guerre» nelle periferie del sistema, attraverso l’analisi del fenomeno da una nuova prospettiva: non soltanto dal punto di vista della crescente crisi del debito e delle conseguenti frammentazioni sociali prodotte da conflitti in cui «signori della guerra» si scontrano sugli aiuti umanitari, sulle risorse naturali o sul controllo del narcotraffico, in mezzo alle rovine degli stati lasciate dai programmi della Banca Mondiale; ma soprattutto sull’utilizzo della violenza privatizzata come sintomo del supposto «indebolimento dello stato» promosso, in gran parte, dall’occidente. Il fenomeno è particolarmente evidente nell’evoluzione dell’esercito statunitense, con la creazione al suo interno di elementi di privatizzazione che subordinano la conduzione delle guerre all’economia di mercato. Le cosiddette compagnie private militari, in genere fondate da vecchi soldati professionisti, assumono oggi non soltanto compiti di appoggio, ad esempio la costruzione di accampamenti militari, ma sono sempre più impegnate (anche) in missioni di combattimento.
È trascorso molto tempo dalla Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti che qualificò l’uso di mercenari da parte del re d’Inghilterra come «totalmente indegno per una nazione civilizzata»: attualmente si privatizzano perfino le missioni delle Nazioni Unite. Analizzando le nuove guerre in America Latina, Africa, Balcani, Asia, non troviamo nessun tipo di «anarchia», «irrazionali esplosioni di violenza» o «conflitti etnici», come suggerito dai media; siamo di fronte a un nuovo ordine della guerra, in cui gli stati impiegano attori militari privati e reparti d’elite per assicurare il proprio dominio. Indagando da qualche anno sui casi concreti, abbiamo scoperto che di questo sistema fanno parte organizzazioni paramilitari come quelle di lotta controinsurrezionale in Colombia1 e in Messico2, piuttosto che compagnie militari private come quelle che reclutano vecchi poliziotti per le operazioni di pattugliamento nei Balcani, in Afghanistan, in Iraq. In alcuni casi, la stessa conduzione della guerra si è convertita, per chi la combatte, nel primario obiettivo di ottenere profitti dal capitalismo globalizzato. Ciò vale, ad esempio, per gli apparati militari africani che si trasformano in imprese dell’industria mineraria che portano avanti una lotta armata tra loro per il dominio sulle miniere, lasciando dietro di sé un enorme numero di vittime e paesi che devono ricominciare il cammino verso l’emancipazione (la sola guerra del Congo, dal 1994, è costata la vita a 2,5/3,5 milioni di persone, il 90% sono civili).
Le «nuove guerre» non costituiscono un fenomeno omogeneo. La guerra delle compagnie minerarie-militari in Congo difficilmente può essere comparabile al programma paramilitare della lotta controinsurrezionale colombiana, che segue lo schema della low intensity warfare (guerra di bassa intensità) dell’esercito statunitense, insegnata nel centro di formazione per i militari latinoamericani (ex Escuela de las Americas) di Fort Benning nello stato della Georgia. Né l’unità di guardie del corpo reclutate negli Stati Uniti per il presidente afghano Abdul Hamid Karzai assomiglia ai vecchi militari dell’esercito dell’apartheid sudafricano, che oggi proteggono gli oleodotti in Nigeria al servizio di consorzi multinazionali. I vecchi generali pluridecorati dell’esercito statunitense – che fornirono l’aiuto militare privato per la creazione dell’esercito croato consentendogli di eseguire una della più efferate «pulizie etniche» della guerra jugoslava – hanno poco in comune con i narcotrafficanti del Kosovo o della Macedonia che combattono come esponenti armati di «gruppi etnici», fino ad essere integrati dalla comunità internazionale nelle funzioni governative locali.
Solo grazie a un’attenta analisi degli specifici casi sarà, dunque, possibile orientarsi tra queste differenze, prima di tentare un’analisi d’insieme.
Nel primo saggio di questa raccolta (Cap. I), Thomas Seibert mette in discussione il concetto stesso di «nuova guerra» affermando che, se da una parte i diversi fenomeni ad essa attribuiti, come il formarsi di eserciti non statali, non rappresentano una novità nonostante la trasformazione in essere, con il cambiamento del contesto globale, dalla fine degli anni ’80 si sono andate formando strutture sociali e politiche che promuovono l’espansione delle economie di guerra. Da questa prospettiva, la trasformazione della conduzione delle guerre in un’economia di mercato, il crescente sorgere di paramilitari, di eserciti mercenari e di compagnie militari private, rappresentano una conseguenza diretta del capitalismo neoliberista.
I capitoli II e III affrontano da un punto di vista generale il fenomeno, fino ad oggi misconosciuto, delle compagnie militari private (PMC) e della loro crescente importanza strategica. Le PMC rappresentano, infatti, una forma moderna di lavoro mercenario e svolgono un ruolo importante in ciascuna delle aree di conflitto studiate in questa raccolta. Queste aziende, spesso fondate da vecchi ufficiali dell’esercito, reclutano personale altamente qualificato per fornire supporti a missioni belliche, consulenze militari, servizi di identificazione e di intelligence e formazione militare sul campo.
Il contributo di Dieter Drüssel (Cap. IV) descrive in particolare la PMC DynCorp che, oltre ad operare nei Balcani, in Afghanistan, in Iraq e in Colombia, esercita funzioni di sicurezza all’estero per conto degli Stati Uniti.
Il sesto capitolo è dedicato all’Iraq in cui, oggi, una persona su otto è impiegata in una PMC con compiti militari o di sicurezza. Quando questo libro fu pubblicato in Germania nel giugno del 2003, la questione delle imprese militari private, a lungo trascurata, stava diventando notizia, ma è stato solo dopo gli attacchi dei miliziani iracheni a Falluja, il 31 marzo del 2004, che hanno cominciato a circolare attraverso la stampa maggiori informazioni. In un primo momento si trattò di convincere il mondo che gli statunitensi uccisi erano civili, ma col passare del tempo non fu più possibile nascondere che questi erano dipendenti della compagnia militare privata Blackwater Usa: formalmente civili, dunque, sebbene con compiti decisamente militari. Nel caso della Blackwater, coloro che vengono «impiegati» come milizia privata (personale militare altamente qualificato e addestrato), assumono perfino compiti più rischiosi dell’esercito stesso. In Iraq, per esempio, questi avevano l’incarico di combattere dietro le linee nemiche, ossia di infiltrarsi senza essere visti nella città di Falluja, controllata da forze ribelli irachene, per portare a termine azioni militari. Naturalmente la retribuzione era adeguata all’alto rischio che il lavoro presentava: parliamo di una cifra che raggiungeva fino ai 1.500 dollari al giorno. Esistono addirittra alcune foto che mostrano gli «impiegati civili» della Blackwater Usa in Iraq con armi da guerra mentre agiscono senza uniforme e che sparano dai tetti affianco dei soldati statunitensi. Eserciti privati, esperti militari e informatici al servizio delle truppe statunitensi, radar dell’esercito Usa utilizzati da compagnie private possono sembrare fantascienza, eppure la realtà, a volte, supera anche i film di genere, eppure il giro d’affari mondiale delle compagnie militari private raggiunge, secondo diverse stime, circa 200 miliardi di dollari l’anno.
L’intervista a Matin Baraki (Cap. VII) sottolinea come in Afghanistan, attraverso la «guerra contro il terrore», la riorganizzazione del sistema dopo la caduta dei talebani sia stata imposta dai «signori della guerra»; sistema che ha riportato il paese, dal 2002, al primo posto nella produzione internazionale di eroina. Baraki sostiene che tanto le possibilità di emancipazione politica e sociale quanto le capacità di articolazione dell’opposizione sono state impedite dal riconoscimento dei «signori della guerra» quali colonne portanti dell’amministrazione internazionale.
Il capitolo ottavo, partendo dagli esempi di Serbia, Bosnia Herzegovina e Kosovo, analizza come le «differenze etniche» prodotte durante la guerra jugoslava siano un risultato del paramilitarismo. I paramilitari formati dagli apparati di sicurezza statali, infatti, portarono a termine campagne di spoliazione contro la popolazione civile costringendola a confinarsi entro «limiti etnici» definiti e, allo stesso tempo, si trasformarono in protagonisti del processo di privatizzazione che, grazie a grandi capitali, permise loro di costituire gli «apparati criminali-istituzionali» tutt’ora in vigore.
Il contributo di Knut Rauchfuss (Cap. IX), spiega come l’alleanza tra politici, militari e narcomafia sovraintenda alla paramilitarizzazione del conflitto kurdo in Turchia, secondo un modello simile a quello colombiano, e i collegamenti che esistono con la Germania. In Colombia (Cap. X), infatti, le élite locali hanno creato gruppi paramilitari e firmato contratti con compagnie militari private, avvalendosi di appoggi finanziari e politici provenienti principalmente dagli Stati Uniti; nel paese vengono assassinate ogni anno per cause politiche più persone di quelle eliminate in Cile, nei 16 anni della dittatura di Pinochet. Le vittime sono generalmente sindacalisti, attivisti per i diritti umani o dei movimenti contadini, qualificate dai paramilitari come simpatizzanti della guerriglia.
Nel saggio sul Messico (Cap. XI) è posto in evidenza come, oltre all’uso di truppe nella lotta controinsurrezionale, la paramilitarizzazione sia stata trasformata in nuove forme di organizzazione sociale che coinvolgono intere comunità rurali. Questo modello si ritrova anche nella guerra in Guatemala, analizzata da Matilde Gonzáles e Stefanie Kron (Cap. XII). Le autrici si concentrano sulla relazione esistente tra paramilitarismo, violenza e genere. Durante gli anni ’80, nel piccolo paese centroamericano, il conflitto con la guerriglia provocò decine di vittime e, pur se terminato da alcuni anni, ancora persiste nelle comunità un certo ordine di genere prodotto dalle violazioni di massa.
L’economia della guerra del Congo (Cap. XIII), considerata, dalla metà degli anni ’90, la «prima guerra mondiale d’Africa», è analizzata nel saggio di Björn Aust. Dopo il fallimento dei programmi di sviluppo e nella pressocché totale indifferenza dell’opinione pubblica occidentale, inclusi i suoi rappresentanti critici, è presente oggi nel cuore dell’Africa un’«economia di libero mercato radicale e priva di regole». In quel sistema, apparati militari, milizie e paramilitari provocano conflitti armati per ottenere il predominio sulle materie prime, esportate poi dalle multinazionali in Europa, Giappone o Stati Uniti. Arriva a una conclusione simile anche Lisa Rimli nel suo contributo sull’economia di guerra in Angola (Cap. XIV), guerra permanente nonostante la firma del trattato di pace. L’autrice osserva come le Convenzioni delle Nazioni Unite e dell’Organizzazione dell’Unione Africana (OUA) per la proscrizione delle attività mercenarie, invece accettino implicitamente l’uso dei mercenari da parte di governi riconosciuti.
Henri Myrttinen evidenzia come la violenza in Indonesia (Cap. XV), descritta dai media come prodotto di conflitti etnici o religiosi, sia legata, piuttosto e in maniera evidente, a interessi economici sotto il diretto controllo o sfruttamento dello stato. Il conflitto, le sue origini e le sue modalità, risale agli anni della dittatura di Suharto e per questa ragione può essere definito «vecchia» nuova guerra.

L’edizione italiana del libro presenta diverse modifiche rispetto a quella tedesca, venezuelana, o a quella del Cono Sur. È stato eliminato il capitolo relativo alle imprese di sicurezza e vigilanza in Germania mentre è stato aggiunto quello sull’Iraq, la cui invasione è successiva alla stampa del volume in Germania; nuovo anche il capitolo sulle differenti classificazioni delle PMC e quello sull’Italia; altri sono stati aggiornati e ampliati come quelli sulla Colombia e sul Messico.
Le numerose informazioni raccolte in questo volume, elaborate da esperte e esperti dei differenti contesti, hanno l’obiettivo di fornire una adeguata conoscenza del funzionamento e degli attori del nuovo ordine della guerra per potersi meglio opporre ad esso. Ci sembra di particolarmente necessario evidenziare come il confine tra guerra e pace si stia progressivamente assottigliando. Secondo ciò che emerge dagli interventi di questo volume, i bombardamenti di Baghdad o di Belgrado non costituiscono la breve interruzione di una «pace» immaginata in una guerra eccezionale. Piuttosto oggi si espande, in regioni sempre più ampie del globo, uno stato di guerra permanente di differente intensità che ha bisogno di rimedi molto più complessi del solo cessate il fuoco. È necessaria una critica strutturale alla «guerra» intesa come nuovo ordine in sui si esprimono le tendenze di sviluppo dell’attuale capitalismo.



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