AA.VV. (a cura di Giuseppe Tortora)
Semantica delle rovine
2006 pp.408 30,00 €
Nelle rovine, diceva Georg Simmel, si avverte quasi sempre la vendetta della natura per la violenza subita dallo spirito, che altro non è che l’intero processo storico dell’umanità. Oggi la rovina, rispetto all’aura estetizzante che l’avvolgeva negli orizzonti settecenteschi e in quelli romantici, è sempre più la perturbante incarnazione dei tempi che viviamo, potente allegoria del mondo globalizzato.
Più che rammentarci la caducità di ogni cosa, la rovina diventa sempre più il simbolo che ci chiama ad un incondizionato e vigile principio di responsabilità. Questo volume raccoglie i testi di numerosi autorevoli studiosi di varia estrazione disciplinare che si misurano con il tema delle rovine (e delle macerie), fornendone molteplici rappresentazioni e verificandone l’impatto sul terreno della pensabilità politica.
PREFAZIONE
LA CATENA DELLE ROVINE E LA TEMPESTA
DEL PROGRESSO
di Giuseppe Tortora
Qualche anno fa appariva in libreria un volumetto dell’antropologo Marc Augé che recava un titolo fascinoso: Rovine e macerie. Quel titolo – infedele rispetto all’originale: Le temps en ruines – fece colpo. In quel titolo ognuno dei due termini mostrava la potenza delle grandi metafore. E giustamente. Basti pensare ai tanti diversi contesti in cui si usa il termine rovina: storico, economico, politico, sociologico, psicanalitico, e cosí via. In tutti l'attenzione è rivolta insieme al passato e al futuro. O meglio, al presente che tiene in gioco simultaneamente memoria e progetto.
Walter Benjamin, in Angelus novus, ricordava e rifletteva: «C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è cosí forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo progresso, è questa tempesta».
Uno stimolo forte a ripensare a rovine e macerie.
Di qui l’opportunità di ri-proporre la riflessione filosofica su questi concetti. Una riflessione che si prospettava particolarmente proficua, alla luce delle recenti rovine e con le immagini delle recenti macerie negli occhi. Si è chiuso da poco quello che, nel suo volume intitolato Crolli, Marco Belpoliti chiama appunto «il decennio dei crolli». Un decennio che ha lasciato segni profondi, quello compreso tra la caduta del Muro di Berlino, 9 novembre 1989, e l’abbattimento delle Twin Towers, a New York, 11 settembre 2001. Crolli «fisici», che sono stati determinati e hanno generato a loro volta altri crolli: politici, etici, sociali. Crolli che non si sono conclusi semplicemente in un cumulo di pietre, come quello – enorme – del Ground Zero, triste memoria della grandezza e dell’arroganza dello scomparso World Trade Center. Resti di torri «batidas, arrasadas de su propia ufanía», per dirla con le parole di Rafael Alberti: il quale, nel 1981, scrisse appunto delle Torri gemelle nella poesia «NY», pubblicata in Versos sueltos de cada día, nella quale descriveva, con sorprendente preveggenza, l’intera città «de hombros terribles» sprofondare su se stessa nella
baraonda
di finestre chiuse,
di vetri, di pezzi di plastica,
di vinte, piegate strutture
Di qui, dunque, l’esigenza di esplorare la latitudine significativa dei concetti di rovine e macerie. Di mostrarne l’ampiezza di variazione dei sensi che possono assumere. Di coglierne la profondità nei diversi contesti. E addirittura di scavare nella loro felice e feconda ambiguità semantica. Del resto nell’uso comune spesso si finisce col tenerli come sinonimi, e col considerare la loro unificazione come una vera e propria figura retorica, un’endiadi.
Non è un caso che il tema delle rovine ha avuto un suo posto in ogni forma di produzione culturale. Anche nella fantascienza: letteraria e cinematografica. E non è casuale che l’interesse per le rovine non maturi semplicemente per ragioni «estetiche», o meglio, non solo per quelle ragioni; e neppure per puro amore di un passato che – in quanto «passato» – non può avere grande importanza; bensì sotto la pressione di bisogni imperiosi e di istanze pressanti.
Certo, François René de Chateaubriand, nel suo Génie du Christianisme, ricordava opportunamente che tutti gli uomini avvertono «un secret attrait» per le rovine; e che questo sentimento è connesso «à la fragilité de notre nature», o meglio «à une conformité secrète» tra i monumenti distrutti e «la rapidité de notre existence». Ma spesso la contemplazione delle rovine, non solo di quelle archeologiche, evoca dolorosi ricordi di sopraffazioni distruttive, di atti barbarici che pesano come macigni sulla coscienza individuale e collettiva. E talvolta anche lo spettro della morte violenta. Ricordi, insomma, di cui nessuno può farsi vanto; dai quali non è il caso di trarre orgoglio. «Sur un monde en ruine» Alfred de Musset, in La confession d’un enfant du siècle, vedeva assidersi «une jeunesse soucieuse».
In fondo il vero interesse per le rovine nasce sul fondamento dell’esigenza di fare i conti con quel che c'è stato, col «nostro» passato. Nasce dalla speranza che, individuando ricavi e costi, profitti e perdite, si riesca infine a prendere vero possesso del proprio presente. E si riesca a portare alla luce tendenze reali di evoluzione e feconde linee di progettualità. Solo ripensando con cura il passato, assumendolo come proprio, accollandosene responsabilmente il peso – oltre che giovandosi del vantaggi apportati –, si possono aprire nuovi orizzonti. Solo esercitando su di esso la propria signoria, possono prospettarsi nuove opportunità. Soltanto elaborando il lutto delle sue rovine, si possono alimentare nuove speranze.
È nata così l’idea del Convegno di Studi «Rovine e macerie. Obliare, rimemorare, riedificare», svoltosi poi il 17-18 novembre 2005. A Pompei. Del resto, quale scenario più suggestivo, per parlare di rovine?
Questo volume raccoglie i testi dei contributi scientifici che, nel corso del Convegno, i relatori hanno offerto alla comune riflessione. Quasi tutti i testi. La mancanza della versione scritta di qualche intervento non è imputabile – naturalmente – ad attività censoria. Ma proprio raccogliendo alcune sollecitazioni emerse nel corso di quell’evento culturale è maturata poi l’idea di arricchire il volume con altri contributi, su aspetti non sviluppati in quella sede ma di piena pertinenza tematica, elaborati da studiosi che, per una ragione o per l’altra, a quel Convegno non sono stati presenti. Un’idea felice e quanto mai opportuna. Il tema delle rovine, del resto, è un pozzo senza fondo, una miniera inesauribile.
Lo stesso termine rovina ha un doppio carattere denotativo. Esso indica sia un processo che l’esito di quel processo. Un evento e, insieme, quel che resta di quell’evento.
In quanto processo esso rimanda al cedimento o alla distruzione di una realtà strutturata. Alla rottura della sua unità. Ad una disintegrazione che può essere più o meno rapida, e può essere originata da cause esogene o endogene: prodotta da ragioni esterne o interne alla realtà stessa. Ma quel termine indica pure il risultato della distruzione, gli esiti della disintegrazione. Quel che resta. I resti.
Ci sono resti che restano, che resistono nel tempo costituendo non solo la testimonanza di ciò ch’è accaduto, ma anche, per chi li osserva, la via e il veicolo per un percorso all’indietro. Vale a dire, un’occasione per la ricostruzione a ritroso di un percorso compiuto. Magari un’opportunità per il recupero consapevole delle radici. E – perché no? – una possibilità di ricerca di una propria identità. Personale, o sociale, o storica che sia.
Il continuo mutamento della realtà si compie sempre abbandonando qualcosa, perdendo qualcosa. Esso può essere più o meno rapido, e può aver luogo non solo nella forma della placida transizione, della tranquilla evoluzione, ma anche attraverso una più o meno violenta distruzione. Talvolta il cambiamento si compie attraverso il repentino cedimento franoso di una realtà, talaltra attraverso il lento disfacimento della sua integrità. Ma in qualunque ambito si consideri l’evento rovinoso, i resti sono significativi solo per chi abbia consapevolezza della temporalità. Della storicità dell’uomo. Altrimenti la rovina resta muta: non rivela nulla, costituisce solo un fastidioso ingombro. Essa è tale solo agli occhi di chi la osserva, di colui che il proprio presente lo vive nel profondo: con la consapevolezza del passato e la responsabilità del futuro. Insomma la rovina è tale soltanto nel pensiero di chi, osservandola come monumento, esercita – come si accennava – da una parte la memoria, e dall’altro la progettualità. E dice qualcosa esclusivamente a chi, avvertendo la distanza dall’evento rovinoso, ne consideri i resti non come un’eredità oppressiva e paralizzante, ma come un fattore capace di conferire al presente quella ricchezza di senso e quello spessore significativo tali da stimolare e favorire poi una consapevole e feconda proiezione nei tempi a venire.
Solo a queste condizioni ciò che resta costituisce una rovina. Altrimenti è maceria. Quando l’esito del cedimento strutturale, della scompaginazione di una realtà, non conserva neppure un’ombra della sua antica unità, allora non restano che informi materiali di risulta. Talvolta la distruzione è tanto profonda, radicale, da non lasciare che insignificanti frammenti in una condizione di disordinato ammasso: si tratta dunque di nient’altro che macerie.
I resti che non conservano neppure un abbozzo della forma originaria, non sono che residui ingombranti. Quando non lasciano intravedere neppure con l’immaginazione l’antica unità, quando non si presentano come segni tali da rendere possibile una sia pure approssimativa ricostruzione, essi sono soltanto inutilizzabili frantumi. Resti che si situano fuori della storia delle persone e dell’umanità: di nessun significato né per la rammemorazione, perché «quel» frammento non rimanda in alcun modo all’«intero» ormai svanito; né per la riedificazione, perché esso non può trovare un «suo» posto in nuove unità. Resti inutili, insomma. Di nessun senso e di nessun valore. Né per il restauro antiquario né per la creazione di nuove realtà.
Ma è sempre il pensiero dell’uomo il luogo delle rovine e delle macerie. Qui la rovina è un racconto, la maceria un ingombro. La prima risponde ad una volontà di ricordare, la seconda al desiderio di eliminare un importuno passato, all’urgenza di sbarazzarsi della sua molesta presenza. E dunque, quando colui che osserva i resti di un evento rovinoso non è in grado di considerarli come una testimonianza, o non è disposto a tanto, perché li ha già posti fuori della propria storia, del proprio passato e del proprio presente, allora per lui quelle rovine non sono più rovine. Sono solo macerie: inservibili e fastidiosi materiali di scarto. Costituiscono soltanto un noioso intralcio, uno sgradito ostacolo, un gravoso impedimento. È la memoria, quindi, il discrimine.
Georg Simmel, in Die Ruine, scriveva che il fascino della rovina sta nel fatto che «un’opera dell’uomo viene percepita in ultima analisi come un prodotto della natura». Essa ha una «tragicità cosmica» che la colloca «all’ombra della malinconia». Insomma, come il rudere di un castello di un romanzo gotico, la rovina stempera la gravità e la solennità della «caduta» di cui è testimonianza assimilandosi il più possibile all’ambiente naturale. Tuttavia, quando se ne subisce l'esistenza, essa, nella sua triste essenzialità, può finanche sollecitare angoscia, incubo, quasi che vi aleggi sopra la presenza di indistruttibili fantasmi vendicatori. È il passato – con tutti i pensieri e le passioni, con le gioie e i dolori, di cui l’attuale rovina è stata teatro – che, proprio attraverso la rovina, ritorna minaccioso, a mo’ di avvertimento. Il semplice voltarsi indietro, dunque, può anche risvegliare nelle menti spettri terrificanti e scenari opprimenti, facendoli emergere dal buio dell'inconscio.
Le rovine parlano. Parlano comunque. E parlano un loro linguaggio. E quasi sempre non si limitano a suscitare la nostalgia di una trascorsa grandezza, ma talvolta sollecitano persino ad affrontare il presente con «magnanimità», ossia con quel che gli antichi greci indicavano col termine «megalopsychía»: la grandezza interiore propria di chi è «megalophyés», la grandezza connaturata alle anime nobili. In ogni caso, esse parlano solo a chi vuol sentire, a chi è in grado di sentire. Agli altri si presentano invece come realtà indecifrabili: con l’aspetto oscuro e inaccessibile dell’enigma.
Al contrario, le macerie non parlano. Occupano solo, indebitamente, uno spazio. Uno spazio – talvolta non solo fisico, ma anche mentale – che sarebbe più utile, o più opportuno riservare ad altre cose. Gli esiti di una radicale disintegrazione rovinosa, in tal caso, non son nient’altro che materiali da asportare. Se non vengono considerati semplicemente come irrecuperabili rifiuti, essi possono – al più – essere ri-utilizzati in contesti e per scopi che nulla hanno a che fare con l’unità semantica e storica di cui sono stati frammenti.
E del resto, certe frettolose rimozioni, a tutti i livelli e in ogni ambito, hanno il solo significato di rottura con un passato che non si vuol riconoscere come proprio, in modo che non sia più rappresentabile. Le rovine come macerie!
Specialmente nei casi di uno scompaginamento particolarmente doloroso di una realtà, la rimozione dei resti appare spesso la soluzione più breve e più rapida. Ma quasi mai è la più adatta. E neppure la più utile. E nemmeno la più efficace. Perché in effetti la rimozione dei frantumi rovinosi non costituisce «la» soluzione. Finché c’è memoria, essa non è mai una vera eliminazione. Il passato ritorna: talvolta con raffinata crudeltà. La memoria può tendere proditori agguati. Bisogna quindi coniugare memoria e oblio. Certo, senza memoria non c’è identità: né personale, né sociale, né storica. Ma talvolta essa rappresenta una gabbia da cui non si riesce a fuggire. E dunque, perdere la memoria è una tragedia che non può produrre che tragedie. Ma neppure si può ricordare tutto. E anche a volerlo, spesso non è nemmeno opportuno. Comunque non si deve.
Piuttosto che rimuovere il passato con la velleità di annientarlo, occorre obliarlo.
In Lete. Arte e critica dell'oblio, Harald Weinrich sottolinea come tutte le testimonianze letterarie insistano sul tema dell’impossibilità di separare memoria e oblio: Mnemosyne e Lete. Dunque all’arte della memoria deve corrispondere l’arte dell’oblio. Occorre imparare ad amministrare l’una e l’altra con la consapevolezza che non si riesce mai davvero a dimenticare quel che si desidera, né si può veramente salvare dall’oblio quel che si vuole. Freud l’ha detto: niente scompare del nostro vissuto psichico, e spesso il ricordare in forma rappresentativa ha valore terapeutico. Dunque la rovina, nella forma della rappresentazione presente del passato, può di certo assumere valore e funzione terapeutica.
Ma il ricordo non deve esercitare alcuna tirannia. Nel bene e nel male. Non può distogliere dagli oneri del presente. Bisogna imparare a dimenticare per andare avanti, e imparare a ricordare per procedere con consapevolezza e dignità. La memoria rappresenta una gabbia quando paralizza l’azione, quando annienta la vita, quando offusca il futuro. È il monito del Nietzsche della «II Considerazione Inattuale». L’oblio è necessario per difendersi dal peso paralizzante del passato, dall'eccedenza della storia. E dunque:
Getta il tuo peso nel profondo!
Uomo! Dimentica!
Uomo dimentica!
Divina è l’arte del dimenticare!
Se vuoi volare,
se vuoi esser di casa nelle altezze,
getta in mare ciò che in te è più pesante!
Ecco il mare, gettati nel mare!
Divina è l’arte del dimenticare!
(F. Nietzsche, Poesie postume)