Millenovecentosettantasette - Un brano
Copertina
Grispigni Marco
Millenovecentosettantasette


2006 pp.128 non dispon €

Il Settantasette fu un anno particolarmente caldo nella storia repubblicana. L’anno della guerriglia di strada e della P38, ma anche degli indiani metropolitani e di una diffusa creatività giovanile. Un anno difficile, che si presta a letture controverse. Questo libro ne ricostruisce il reticolo di eventi: le occupazioni universitarie, la cacciata di Lama dall’università di Roma, i blindati che occupano le strade di Bologna, le grandi e violente manifestazioni, con la loro tragica scia di sangue. Ma non fu solo politica: nel 1977 l’opposizione sociale e giovanile esprime una incredibile effervescenza culturale, con le sue innovazioni nel campo del linguaggio, il fenomeno delle radio libere, i fumetti di Pazienza, la musica punk e il rock demenziale.


PREFAZIONE ALLA NUOVA EDIZIONE


«Hai parlato di sacrifici» ribatteva l’ingenuo Tunda, che di quando in quando cercava di farsi delle idee proprie sugli avvenimenti storici. «Più di una volta ho tentato di chiederti se non la pensi così anche tu: io credo, cioè, che il tempo del sacrificio fosse quello del capitalismo. Gli uomini sacrificarono sin dai primordi della storia. Prima bambini e buoi per la vittoria, poi sacrificarono la figlia per evitare la rovina del padre, il figlio per procurare una vecchiaia comoda a sua madre, i devoti sacrificarono candele in suffragio dei morti, i soldati sacrificarono la vita per l’imperatore. Dobbiamo ora sacrificare anche per la rivoluzione? Mi pare che, finalmente, sia giunto il momento in cui non si sacrifichi più. Noi non abbiamo nulla, abbiamo abolito la proprietà, non è vero? Neanche la nostra vita ci appartiene più. Siamo liberi. Quello che abbiamo è di tutti. Ognuno prende da noi quello che al momento gli sembra necessario. Non siamo vittime, né facciamo sacrifici per la rivoluzione. Siamo noi stessi la rivoluzione»
(Joseph Roth, Fuga senza fine)


Dieci anni dopo: un altro anniversario, quello della maturità, 30 anni.
Eccomi di nuovo ad affrontare il tema del ’77, completamente succube alla logica editoriale degli anniversari e in più ripubblicando un testo scritto dieci anni fa.
Non è stato facile decidere di ritornare sull’argomento, ma d’altronde, come nei classici libri gialli, l’assassino torna sempre sul luogo del delitto. Così eccomi di nuovo alle prese con il movimento del ’77, affrontando il problema legato al doppio ruolo di «testimone» e di storico, come fonte di una possibile ambiguità, giocata su una sorta di confine sdrucciolevole, non saldamente definito, nel quale l’andare oltre è sempre possibile, privilegiando la propria memoria personale alla caratteristica fondamentale dello storico, «il lavoro sulla memoria».
Nel corso di questi anni, nei quali al lavoro di riflessione sulle fonti archivistiche ho cercato di affiancare la narrazione e l'interpretazione della lunga stagione dei movimenti, mi sono sempre più convinto dell’incapacità da parte di un linguaggio ’freddo’, esclusivamente scientifico, di trasmettere frammenti di verità su un movimento sociale. La convinzione, maturata in questi anni, è che soltanto nella contaminazione del linguaggio dello storico con quello di altre narrazioni è possibile ricostruire un reticolo interpretativo capace di dar conto della complessità di quelle esperienze, lontano dalle fredde pagine delle ricostruzioni giudiziarie che, per molti versi ancora, rappresentano una sorta di manuale per la storia di quegli anni.
Riflettere, con gli attrezzi dello storico, su un movimento che aveva contrastato e combattuto duramente l’idea stessa della storia, di continuità nel tempo, di discendenze e genealogie lineari, in qualche modo terrorizzato dalla possibile fissazione del proprio essere nella memoria. Allo stesso tempo lavorare sulla memoria, anche su quella personale, cercando di fondare una capacità interpretativa con la quale lo storico non abdica al suo ruolo scientifico, ma anche civile, riguardo alla storia recente. Un lavoro di analisi e riflessione che, pur nel forte coinvolgimento emotivo, resti lontano da ogni accezione morale, da ogni sorta di «dovere della memoria», con la quale lo storico/testimone si propone come un ‘angelo vendicatore’ dei torti subiti e un sacerdote contro il possibile oblio.
D’altra parte, se studiare vicende alle quali si è emotivamente legati necessita la consapevolezza dei rischi che questa ambigua posizione può comportare, ritengo che aver partecipato più o meno direttamente a quei movimenti, aver conosciuto e ‘annusato’ l’aria del tempo, offra allo studioso degli strumenti in più. Affermava a questo proposito Rossana Rossanda nel suo bel libro di memorie, La ragazza del secolo scorso, parlando degli anni della Resistenza: «Chi scrive di quel tempo sui soli documenti non capisce che cosa furono quei rapporti, un fare preciso e un pensarsi caotico».
Questa frase, a mio parere, riassume perfettamente la sensazione di inadeguatezza che spesso coglie, al momento di leggere le ricostruzioni storiche e le interpretazioni di quegli anni, chi alle vicende dei vari movimenti aveva partecipato con una carica emotiva che fu la sostanza stessa di quell’ondata di ribellione. Ricostruzioni e interpretazioni spesso schiacciate sulla dimensione esclusivamente politica delle vicende, una politica classica, fatta di gruppi dirigenti e di strategie, lontana dalla capacità di comprendere come quella politica e quelle strategie nascessero e si fondassero in un violento stream of consciousness che era la militanza nei movimenti, la percezione di oltrepassare una soglia, di allontanarsi da lidi conosciuti e rassicuranti. L’inebriante sensazione di movimento verso qualcosa di altro, di rifiuto dello stato – come ricorda in una bellissima pagina Erri De Luca –, inteso non solo come potere dominante, ma nel senso letterale di immobilità.
La conoscenza diretta di quel periodo, inoltre, facilita una critica delle fonti estremamente accurata, unita alla capacità di individuare e interrogare un gran numero di fonti alternative a quelle classiche. Si pensi al rischio, ad esempio, di sovradeterminare alcune presenze politiche di gruppuscoli minoritari, dediti più che altro alla produzione di documenti e volantini, a lasciare quindi delle ‘tracce’, ma in realtà poco o nulla presenti nell’effettivo svolgersi del conflitto politico e sociale. Allo stesso tempo la ricerca di fonti alternative rispetto a quelle prodotte dalle varie articolazioni dello stato e conservate negli archivi di Stato, è sicuramente facilitata dalla conoscenza diretta degli avvenimenti e della miriade di attori coinvolti, potenziali conservatori di fonti e testimonianze di particolare interesse.

Dieci anni fa, in occasione del ventennale del ’77, scrissi un piccolo libro sul movimento per la casa editrice «Il Saggiatore». Il libro era inserito nella collana «Due punti», testi brevi – non più di un centinaio di pagine –, indirizzati verso un pubblico di non specialisti e organizzati in due parti: la prima, «Un manuale per capire», con al centro la narrazione degli avvenimenti; la seconda, «Un saggio per riflettere», con l’approfondimento di alcuni dei temi.
Il libro è ormai da diversi anni fuori catalogo, in quanto l’esperienza della collana «Due punti», in collaborazione con la casa editrice francese «Flammarion», è terminata.
Nel frattempo, in occasione del ventennale, e più sporadicamente in questi dieci anni, sono stati pubblicati diversi libri sul movimento del ’77 e allo stesso tempo quegli avvenimenti sono stati analizzati all’interno di ricerche di respiro più vasto sull’Italia repubblicana. Di fronte a questi lavori, che in alcuni casi colgono spunti estremamente interessanti rispetto a degli aspetti specifici di quel movimento, soprattutto nel campo dell’innovazione linguistica e della sperimentazione legate all’esperienza del trasversalismo bolognese, mi sembra sostanzialmente assente una riflessione di tipo storiografico, capace di descrivere e interpretare le vicende del movimento nel contesto nazionale.
Nei lavori di sintesi sugli anni ’60 e ’70 mi sembra ancora forte la difficoltà interpretativa nel descrivere un movimento che rompeva con le logiche dell’azione politica, anche estrema, mentre nelle ricerche centrate sul movimento mi sembra predominante una logica di interpretazione e lettura di quegli avvenimenti tutta interna agli schieramenti dell’epoca.
In questo contesto mi è sembrato, con un chiaro peccato di orgoglio luciferino, che il libretto scritto dieci anni fa restasse una dei pochi tentativi di interpretare con delle categorie storiografiche quegli avvenimenti: così ho proposto agli amici della manifestolibri di ripubblicarlo, scegliendo di non cambiare la struttura del libro e accettandone i limiti, come la necessità, per ragioni di brevità, soprattutto nella parte della narrazione di privilegiare soltanto alcuni avvenimenti e l’assoluto predominio delle vicende bolognesi e romane rispetto alla diffusione nazionale del movimento.
Allo stesso tempo però dieci anni non sono passati invano e mi è sembrato necessario aggiungere a quel lavoro due nuovi saggi, per collocare in maniera più incisiva la vicenda del movimento del ’77 nel contesto della più ampia «stagione dei movimenti» e affrontare, in maniera meno reticente, il nodo della violenza in rapporto alla vicenda della lotta armata e della cosiddetta «guerra civile strisciante».

La stesura del testo di dieci anni fa era debitrice di consigli, stimoli e critiche di alcuni amici che voglio tornare a ringraziare: Andrea Colombo, Massimo Ilardi, Leonardo Musci e Antonio Parisella. Per i nuovi saggi il ringraziamento si estende a Diego Giachetti e alla mia compagna Pepa.
Vorrei infine dedicare questo piccolo libro ai miei figli, Arianna e Beniamino, augurandogli nel futuro di non incontrare mai come professore qualche vecchio settantasettino che, come uno «zombi», li affligga su quanto eravamo rivoluzionari.


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