Gazzara Paolo
Processo per corruzione
da le Verrine di Cicerone prefazione di Sergio Zavoli
2006 pp.160 14,00 €
Un imputato eccellente che tenta prima di far slittare con ogni mezzo il processo e poi di sottrarsi al giudizio con tutti gli artifici possibili. Un Governatore di Roma dedito a ogni sorta di ruberie, che esibisce testimoni falsi e prezzolati, che corrompe abitualmente funzionari dello Stato, magistrati, che nomina giudici il suo avvocato, il suo medico personale, il suo indovino…
Un legislatore che non esita ad emanare per suo tornaconto una serie di decreti “ad personam”. Un accusato potente che, forte di una rete di amici e di complici influenti, è solito investire all’estero i suoi capitali e che, ormai prossimo alla sentenza di condanna, fugge con il suo patrimonio, posto al sicuro in uno dei noti “paradisi fiscali” sulla Costa Azzurra. Sembra cronaca del nostro tempo. E invece no. Processo per corruzione ricostruisce fedelmente – e con sorprendenti analogie con le nostre cronache giudiziarie – un dibattimento che ebbe luogo al Foro Romano l’anno 70 avanti Cristo. L’imputato – Gaio Verre – era stato Governatore della Sicilia. E la parte civile, a difesa dei diritti dei siciliani depredati, era affidata a un avvocato ambizioso e “in carriera”: Marco Tullio Cicerone.
PREFAZIONE
Sergio Zavoli
Il Cicerone che incontrerete in queste pagine potrà sorprendervi per quanto lo troverete vivo e attuale. Vi riuscirà familiare perché, al posto delle solenni cadenze del suo celebrato periodare, usa il fraseggio incisivo e asciutto dei protagonisti di quel genere di libri e film – detto giudiziario perché centrato sul dibattimento in tribunale – che ha raccolto tanto successo prima negli Stati Uniti, dove è nato, poi anche da noi. In questa rielaborazione delle Verrine, Cicerone e con lui l’accusato, il difensore e i testimoni rivivono liberati dalla rigidità delle pose, simili a quelle dei quadri di David, in cui li aveva come congelati la tradizione. L’accusatore interroga con maestria i testimoni, smonta le trappole procedurali, inchioda il corrotto governatore della provincia siciliana alle prove dei suoi crimini, tiene testa, con bravura venata di rispettosa deferenza, al difensore, Quinto Ortensio Ortalo, acclamato come il più grande oratore giudiziario e politico del tempo, celebre per la sua prodigiosa memoria, prossimo a raggiungere, con il consolato, il culmine del suo cursus honorum. Cicerone, che anni dopo l’avrebbe superato nella fama, gli testimoniò grande ammirazione con la dedica di un dialogo filosofico, l’Hortensius, su cui meditò Agostino prima di avviarsi per la strada della conversione alla filosofia e alla ricerca della verità.
Al tempo del processo di Verre il giovane accusatore è soltanto un promettente homo novus, come i romani chiamavano chi entrava nella vita pubblica senza poter vantare la nascita in una delle grandi famiglie – patrizie o plebee – illustri per le magistrature ricoperte in un lungo ordine d’anni, potenti per ricchezza e influenza politica, attestate dal gran numero di clientes, cittadini che, per gratitudine, tradizione o convenienza si ponevano sotto il loro patronato, facendo rispettosa scorta ai membri della casata quando si recavano al foro. Cicerone poteva dirsi ancora una promessa, ma aveva già dato prova di virtus – la più alta qualità per un vir romano, il coraggio – assumendo, quand’era quasi sconosciuto, la difesa di un cittadino, Roscio di Ameria, che un temuto liberto e sgherro di Silla, ancora dittatore, voleva depredare dei suoi beni, accusandolo di avere assassinato il padre. Il complotto criminale venne svelato da Cicerone che ne dette la prova in tribunale: per di più coinvolgendo nel processo il temuto liberto di Silla – si chiamava Crisogono – e denunciandone l’arrogante disprezzo della legge. Nella perorazione evocò l’orrore delle proscrizioni – cinico espediente con cui si dava apparenza legale all’assassinio dei nemici politici per impadronirsi dei loro patrimoni – additò al pubblico disprezzo chi spogliando le vittime si era arricchito, che definì «tagliateste» e «tagliaborse», si rivolse alla parte migliore dell’aristocrazia romana, di cui sapeva d’interpretare il sentimento, incitandola a non sopportare più le malefatte di quei sanguinari profittatori che disonoravano l’umanità. «Se no – finirà per dire – meglio andare a vivere tra le bestie feroci, che restare a Roma!» Il giovane avvocato vince, ma sa di essere esposto alla vendetta e si allontana, prudentemente, dall’Urbe e dall’Italia. Va in Grecia, e visita le città greche dell’Asia minore in un lungo viaggio d’istruzione. Al suo ritorno in Italia – Silla ha deposto la dittatura, ma vige ancora la costituzione reazionaria che ha inflitto alla Repubblica – avrà modo di constatare come la sua difesa di Roscio Amerino gli abbia attirato non soltanto il favore della parte popolare, ostile a Silla, ma anche di non pochi tra gli ottimati che aspirano a un ritorno della libertà politica. Per capire come la discussione di una causa, grazie all'interesse suscitato, possa costituire la base di una fortunata carriera politica occorre sapere che, nella Roma repubblicana, l’avvocatura era un servizio pubblico d’importanza primaria. Esercitato gratuitamente, il patrocinio in Tribunale – ogni compenso era vietato dalla Lex Cincia – assicurava tuttavia notorietà, rispetto e riconoscenza. Inoltre, il divieto poteva essere aggirato: non si pagavano le parcelle, ma si potevano concedere prestiti (di cui non si chiedeva la restituzione) oppure ricorrere a cospicui lasciti testamentari.
Il giovane Cicerone – sebbene, di suo, non avesse che un modesto patrimonio – poté così disporre, insieme con il consenso, delle risorse necessarie per ottenere l’elezione alla questura, prima e obbligatoria tappa della carriera politica. Il questore, in origine, aveva compiti di sicurezza pubblica, poi amministrativi e infine di governo provinciale. Come questore della Sicilia occidentale, Cicerone lasciò alla fine del suo mandato un tale ricordo di probità che i siciliani si rivolsero a lui chiedendogli di sostenere l’accusa contro Verre. Il processo è qui rivissuto dall’autore con perizia affinata dall’esperienza della regia teatrale e dell’adattamento per la Tv di classici, drammatici e di carattere filosofico, tutto sostenuto da buoni studi giuridici e storici. Il lettore vi troverà il ritmo e l’intensità della sceneggiatura di un suggestivo film giudiziario e, insieme, il più rigoroso rispetto della fonte, senza distorsioni o travisamenti. Niente da spartire, per intenderci, con prodotti come quel kolossal televisivo, inflitto recentemente anche al pubblico italiano, definito da Luciano Canfora, storico per niente parruccone – basti leggere, per scansare ogni eventuale dubbio, il suo magistrale Giulio Cesare – nient’altro che «un coacervo di sciocchezze», tante sono le ridicolaggini, le clamorose dimostrazioni di ignoranza, le vere e proprie falsità. No, qui si respira aria diversa: la materia antica ha subìto uno sbrinamento che ci restituisce, inalterati, trasparenza, gusto e sostanza. Paolo Gazzara, con mano leggera e sicura, allenata alla divulgazione colta, ha compiuto un’operazione analoga a quella di Robert Graves, il quale ha dato alla narrazione di Tacito – lo storico romano più dotato di senso del dramma – i modi del racconto moderno in due best seller: Io, Claudio e Il divo Claudio. Il penultimo imperatore della dinastia giulio-claudia vi racconta la propria vita, che sembrava destinata a consumarsi nell’oscurità – meschino, persino ridicolo com’era, e per giunta balbuziente – fino a quando i pretoriani che hanno pugnalato Caligola lo scoprono rannicchiato e tremante dietro un tendaggio del palazzo e trovano conveniente vendergli, dietro pagamento in moneta sonante, l’impero! Nessuna falsificazione o forzatura rispetto a Tacito: l’invenzione non va oltre i particolari di colore, l’articolazione dei dialoghi, l’ordine della narrazione. I caratteri dei personaggi sono quelli descritti o suggeriti dalla prosa, così impervia per il lettore moderno, dello storico antico: Augusto nella sua vecchiaia, la temibile moglie Livia, il cupo, tirannico Tiberio, il sanguinario Caligola, ma avvicinati a noi, resi più comprensibili.
La rielaborazione del testo delle Verrine raggiunge lo stesso risultato valendosi non dei modi del romanzo, ma della sceneggiatura moderna in cui si ritrova, tuttavia, l’eco dei grandi dialoghi platonici. Messo da parte il sontuoso apparato del periodare strutturalmente complesso, modello insuperato di stile per i «ciceronisti» di ogni tempo – e tormento di tante generazioni di studenti – l’atto d’accusa contro Verre mostra, come un corpo spogliato di una veste pur ricca e bella, la vigorosa muscolatura del suo impianto dialettico.
Sappiamo, del resto, che la versione scritta dei discorsi di Cicerone non è esattamente quella detta: nella trascrizione, destinata ai contemporanei e ai posteri, il tono e lo stile vogliono essere letterariamente più alti. Ha resistito ai secoli la battuta di Tito Annio Milone, difeso da Cicerone e condannato per l’assassinio, in una zuffa di piazza tra bande armate, di Publio Clodio, suo rivale: «Se Cicerone avesse parlato come ha scritto – disse – Milone non starebbe mangiando pesce a Marsiglia».
Il processo si era svolto tra tumulti e intimidazioni ed è probabile che il difensore non fosse riuscito neppure a farsi ascoltare. Il testo che Milone, riparato fuori d’Italia, si trovava tra le mani era ciò che Cicerone voleva si sapesse su quel tragico episodio di un periodo di torbidi, quando Clodio, patrizio fattosi plebeo per adozione, così da poter essere eletto tribuno della plebe, terrorizzava i suoi avversari schierando una banda armata di sottoproletari e di schiavi. Milone, anch’egli già tribuno della plebe, si era messo al servizio della parte aristocratica e aveva arruolato squadre di mercenari della lotta di strada: così, tra due squadrismi di segno opposto, la democrazia repubblicana entrava in agonia. Su tutto incombeva il patto dei tre grandi, stretto tra Pompeo, Crasso, e Cesare che lo concepì e ne fu l’abile artefice: il primo triumvirato. Tutta la storiografia romana condanna quel sodalizio. Per Asinio Pollione è l’atto di nascita della guerra civile; Velleio, ammiratore di Augusto e di Cesare, giudica l’alleanza rovinosa per Roma, per il mondo e, in tempi diversi, per tutti e tre i contraenti. Livio indica come obiettivo del patto l’occupazione dello Stato, e infine Varrone, in una satira, lo chiama «mostro a tre teste». Cicerone fu invitato da Cesare, che ne aveva stima personale, a entrare nel patto, alla pari, come quarto. Cicerone, per quanto lusingato, rifiutò. Ne scrisse ad Attico, amico fidato, banchiere ed editore: «l’accettare mi avrebbe assicurato una vecchiaia serena», dice, ma gli è venuto in mente – e si autocita, con una punta di vanità, il passo che chiude il terzo libro dell’opera sul suo consolato: «... La strada maestra che fin dalla prima giovinezza, e poi da console, hai seguito con coraggio, non abbandonarla, e alimenta così la fama e la gloria che ti danno gli onesti».
In quel consolato dell’anno ’63 a.C. Cicerone aveva stroncato il complotto di Catilina senza sottrarsi alla responsabilità – che avrebbe pagato cara – della condanna a morte, approvata dal Senato, di cinque congiurati. Si era schierato in difesa della Repubblica, anzi – ne era convinto e orgoglioso – l’aveva salvata. Sallustio e le Catilinarie ne hanno tramandato fino a noi la memoria. Il Cicerone delle Verrine non ha ancora raggiunto quella fama, ma fa già presagire il console delle Catilinarie. Anche in questo processo difende la Repubblica contro la corruzione e l’arbitrio, che fanno di «giustizia e legalità» parole vane. Non è accusato soltanto Verre, ma un sistema di potere che si vale della riforma reazionaria di Silla per commettere ogni sorta di prevaricazione, contando sull’impunità assicurata attraverso il controllo dei Tribunali, da cui sono stati esclusi i cittadini di censo equestre, che non fanno parte del Senato. La vittoria giudiziaria è anche una vittoria politica. Cito di nuovo Tacito, che al pari di Cicerone fu console, senatore, governatore di provincia, avvocato di fama, prima di dedicarsi alla storia, e che nel dialogo attribuitogli, De oratoribus, scrive: «La grande eloquenza, come la fiamma, ha bisogno di materia che l’alimenti, di moto che la ecciti e, ardendo, illumini. Magna eloquentia, sicut flamma, materia alitur, et motibus excitatur et urendo clarescit». La libertà repubblicana, con le sue lotte politiche – afferma Tacito scrivendone durante l’impero – è la condizione più propizia all’eloquenza: quando muore la libertà politica, essa sopravvive solo nei tribunali. Dunque, prosegue Tacito, «non Publio Quinzio o Licinio Archia fanno la grandezza di Cicerone, ma Catilina, Milone, Verre, Antonio». Intende dire che non sono le controversie private, sia pure di un certo interesse – come quella per il riconoscimento della cittadinanza romana al poeta Archia, greco d’origine – che danno fama a Cicerone, ma le battaglie combattute per la Repubblica con l’arma dell’eloquenza: la denuncia contro il teppismo squadrista in cui degenera la lotta politica nella difesa di Milone; l’impeto delle Catilinarie contro l’eversione e il colpo di Stato; i discorsi contro Antonio, dopo l’uccisione di Cesare, che prendono il nome di Orationes Philippicae, in ricordo di quelle di Demostene contro Filippo di Macedonia e per la libertà della Grecia. Antonio, secondo Cicerone, è il Filippo che minaccia le libertà repubblicane. Ed è l’ultima, eroica ora di Cicerone, il quale si illude di poter combattere Antonio con Ottaviano che, invece, cambiato fronte, si macchierà della vergogna di abbandonare Cicerone alla vendetta di Antonio. La testa mozzata venne esposta sulla tribuna rostrata da cui gli oratori parlavano al popolo. Un luogo dedicato alla libertà di parola che perì con lui, rimpianta dai romani, dopo averla perduta, anche più della libertà politica. L’accusa contro Verre non contiene alcun presagio della fine, sua, e insieme della Repubblica: è pieno di fiducia, di vigore, di sonorità. Ecco l’indegno magistrato provinciale che si fa portare in lettiga, con otto portatori, «come un re di Bitinia, mollemente adagiato su un letto di rose di Malta», disonora Roma facendo mercimonio di ogni sua decisione nelle controversie private e pubbliche, saccheggia il tesoro dei templi, fa morire in croce – il supplizio degli schiavi – un cittadino romano dopo averlo flagellato. «Nel dolore dell’infelice, nel fragore delle percosse, non si udiva che un gemito e una frase: sono cittadino romano! Nullus gemitus, nulla vox alia illius miseri inter dolorem crepitumque plagarum audiebatur, nisi haec, civis romanus sum». Con queste tre parole Paolo di Tarso, arrestato e messo in catene, ottenne di essere portato a Roma per venire giudicato nella capitale dell’Impero, non da un governatore di provincia. E a Roma, dove decenza e rispetto della legge non sono del tutto spente, ricorrono i siciliani rapinati e taglieggiati da Verre.
La sentenza di condanna che Cicerone riesce a ottenere ha rilevanza politica anche maggiore di quella giudiziaria. L’autore di questo libro dedicato al processo ha il grande merito di avere riproposto un capolavoro e provato, ancora una volta, che un classico – come ha scritto Italo Calvino – non ha mai finito di dire quello che ha da dire. Se mi si domandasse che cosa abbia ancora da dire, di nuovo, Cicerone, risponderei che lo si può scoprire proprio in queste pagine, dove già s’incontra l’avvocato, il politico, il patriota, il moralista. Poi si potrà aggiungere anche altro, ma intanto teniamoci a questo straordinario ritratto. Esemplarmente compiuto.