Sanguigni Osvaldo
Il fallimento di Gorbaciov
2005 pp.280 22,00 €
A vent'anni dall'inizio della perestrojka, una severa analisi critica del fallimento del riformismo gorbacioviano che, animato dall'intenzione di trasformare la società sovietica, ha prodotto in realtà il crollo di quella che era la seconda potenza mondiale, e ha innescato un processo degenerativo di cui i popoli dell'ex Unione Sovietica pagano ancora drammaticamente le conseguenze. Giovandosi di una ricchissima documentazione, il volume ricostruisce le tappe, i limiti e i fallimenti della politica gorbacioviana dal 1985 al 1991 rivelandone aspetti del tutto sconosciuti. Si è trattato del più imponente processo di trasformazione che l'Urss abbia mai conosciuto dopo la Rivoluzione d'Ottobre, ma la poltica della perestrojka fu condotta, sostiene Sanguigni, senza una reale conoscenza della società sovietica e senza la capacità di prevedere gli esiti socialmente catastrofici e politicamente autoritari che ne sarebbero scaturiti.
L’ANDATA AL POTERE DI GORBACIOV
L’ELEZIONE
L’11 marzo 1985 Mikhail Sergeevic Gorbaciov fu eletto segretario generale del Pcus: massima carica politica e statale sovietica. L’elezione avvenne il giorno dopo la morte del suo predecessore Konstantin Chernenko, individuo dalla salute malferma privo di una forte personalità politica e delle doti necessarie per ricoprire un incarico del genere. Tuttavia la sua elezione non era scontata, anche se lui aveva lavorato molto per renderla inevitabile. I suoi concorrenti più agguerriti furono Grishin, già sindaco di Mosca e Romanov, dirigente leningradese assai noto. Inoltre, in seno al partito comunista esisteva un’area assai ampia di diffidenza verso coloro che si presentavano come «riformatori» o erano considerati troppo giovani per ricoprire tale carica. Occorre infatti ricordare che quando morì il segretario generale del Pcus Jurij Andropov a Gorbaciov fu preferito Chernenko. Non solo. Esprimendo anche l’opinione della maggioranza del Comitato Centrale (Cc) del Pcus Andrej Gromyko, ministro degli esteri dell’Urss, si dichiarò, nel contempo, contrario a confermare Gorbaciov nella carica di «secondo» uomo del partito. «Ci penserei ancora su» disse. Stranamente fu Chernenko ad insistere affinché Gorbaciov fosse nominato suo «secondo». Si dice che Chernenko lo volle perché era stato convinto da D.F. Ustinov, forse il più influente membro dell’Ufficio Politico dopo la morte di Andropov. Fortemente contrari furono invece alcuni altri membri dell’Ufficio Politico, tra cui N.A. Tikhonov, capo del governo sovietico.
Egor Ligaciov, amico-avversario di Gorbaciov, confermò l’esistenza di forti resistenze all’ascesa di Gorbaciov. In una dichiarazione alla «Stampa» del 12.2.1991 rese noto che nel 1984 un gruppo di alti funzionari del Ministero degli interni fece di tutto per «compromettere» Gorbaciov in relazione al periodo in cui egli lavorò come funzionario di partito nella regione di Stavropol’. Ligaciov però si chiuse in un grande riserbo circa i motivi reali che spinsero il gruppo di funzionari ministeriali ad agire contro Gorbaciov.
L’elezione di Gorbaciov avvenne, stando ai comunicati ufficiali, all’unanimità, secondo la prassi in vigore nel Pcus. A suo favore si espressero anche i brezhneviani. Si dice che il loro sostegno fu concesso in seguito alla promessa di Gorbaciov di scegliere come suo «secondo» Grishin, intimo amico di Chernenko. Questa promessa se ci fu non fu «onorata»: Gorbaciov preferì a Grishin Egor Ligaciov, un conservatore.
I grandi elettori di Gorbaciov furono Ligaciov, Boris Eltsin e soprattutto Andrej Gromyko, ministro degli esteri e influente membro dell’Ufficio Politico del Pcus, il quale ancora prima di rivoltarsi nella tomba a causa della disastrosa politica «riformatrice» del nuovo segretario generale del Pcus, dovette pentirsi da vivo di averlo sostenuto. In effetti, Gorbaciov, dopo avergli imposto di lasciare la carica di Presidente del Soviet Supremo dell’Urss, si affrettò subito a ricoprirla lui stesso. Fu comunque Gromyko che si fece garante di fronte ai membri del Cc del Pcus delle qualità di Gorbaciov e ne chiese l’elezione a segretario generale. Nel seguente passaggio del suo discorso egli così magnificava le qualità di Gorbaciov: «Lo posso confermare personalmente: egli tiene sempre al centro della propria attenzione la sostanza di un problema, il suo contenuto, i principi ed esprime il proprio punto di vista francamente, senza badare se ciò piaccia o non piaccia all’interlocutore. Lo esprime con franchezza leninista e sta all’interlocutore se andarsene di buono o di cattivo umore. Se è un autentico comunista l’interlocutore se ne va di buon umore... ». Quindi, secondo Gromyko, Gorbaciov andava eletto segretario generale del Pcus per la sua concretezza, per la fermezza che manifestava nella difesa dei principi, per la sincerità e la franchezza con cui esprimeva i suoi punti di vista.
Gorbaciov fu eletto segretario generale con grande fatica da parte dei suoi sostenitori. Ecco come racconta l’avvenimento V.I. Boldin nel suo libro Krushenie piedestala (Il crollo del piedistallo) (pp. 86-87). «Nella sua riunione del 10 marzo l’Ufficio Politico non risolse la questione del successore di Chernenko. E ciò permise di svolgere un intenso lavoro di reclutamento dei sostenitori di Gorbaciov durante la notte e fino al pranzo del giorno seguente. Ma quale che sia il lavoro di propaganda tra i dirigenti locali, la parola decisiva spetta a Gromyko. A quel tempo egli era in sostanza l’unico leader largamente noto nel paese e rispettato. La sua parola è decisiva. Se lui dice che Gorbaciov deve essere il segretario generale tutti accetteranno non volendo provocare una divisione nell’Ufficio Politico. Quindi bisogna mettersi d’accordo con lui, promettergli l’alta carica di Presidente del Presidium del Soviet Supremo dell’Urss... Con questa proposta il messaggero segreto di Gorbaciov si recò da Gromyko. Poco dopo giunse la risposta: per Andrej Andreevic (Gromyko- nda) è interessante occuparsi dei problemi internazionali a un nuovo livello. Al pari di E.K. Ligaciov e N.I. Rizhkov Andrej Andreevic cominciò a operare attivamente a favore di Mikhail Sergeevic» (pp. 86-87).
Dopo avere annotato che tra i sostenitori di Gorbaciov vi era anche Boris Eltsin, Boldin continua: «Ed ecco arriva l’11 marzo 1985. La mattinata e la giornata sono tesi al massimo... Della imminente elezione di Gorbaciov a segretario generale si parla apertamente: bisogna riuscire a chiarire entro le 15 come la pensano i partecipanti al Plenum, assicurare il sostegno al giovane candidato. All’ordine del giorno un solo punto: l’elezione del segretario generale del Cc del Pcus. Tutto è stato preparato dietro le quinte ma ora occorre evitare le sorprese. Ha chiesto di parlare Gromyko. È il membro più anziano dell’Ufficio politico, è l’autorità più rispettata nel partito e nel popolo. Di lui Gorbaciov non dubita, dopo le intese preliminari ha acconsentito a sostenerlo. E A.A. Gromyko mantiene la promessa, indica la candidatura di Gorbaciov a nuovo leader del partito e chiede di intervenire per primo al Plenum del Cc. Queste parole di Andreej Andreevic hanno cambiato gli umori in seno all’Ufficio Politico. In pratica tutti sostengono la proposta del ministro degli esteri. Con questa deliberazione l’Ufficio Politico si prepara a recarsi al Plenum.
Nel frattempo nella sala delle riunioni si raccolgono i membri del Cc. Lo stato d’animo della maggioranza di essi è univoco: non è più possibile eleggere leader anziani... Ascolto ragionamenti ad alta voce. Molti indicano Gorbaciov, ma vi sono anche i contrari. Sì è una persona capace, ma i segretari dei comitati regionali resi saggi dalla vita ritengono che Mikhail Sergeevic non ha sufficiente esperienza, ha una conoscenza superficiale dell’economia, non conosce la produzione, i collettivi di lavoro». Boldin racconta brevemente l’elogio funebre di Gorbaciov a Chernenko e poi passa all’intervento di Gromyko. Ecco le parole di Gromyko riferite da Boldin: «Sono stato incaricato di sottoporre all’esame del Plenum del Cc la proposta relativa alla candidatura a segretario generale del Cc del Pcus. L’Ufficio Politico all’unanimità si è pronunciato per raccomandare l’elezione a segretario generale del Cc del Pcus di Mikhail Sergeevic Gorbaciov». Boldin riferisce degli applausi dei membri del Cc. Poi cita le parole di Gorbaciov, una specie di giuramento: «Vi prometto compagni di impiegare tutte le energie per servire fedelmente il nostro partito, il nostro popolo, la grande causa di Lenin». Segue il commento di Boldin: «Nessuno pensava e difficilmente qualcuno poteva immaginare che nel giro di alcuni anni il segretario generale avrebbe violato questo suo primo giuramento» (p. 90).
Che l’elezione di Gorbaciov a segretario generale non fu affatto pacifica lo sostiene anche Eltsin. Nel suo libro autobiografico Confessioni sul tema (ed. Leonardo 1990, p. 131) egli scrive: «L’elezione di Gorbaciov a segretario generale... provocò diversi pettegolezzi. Secondo una delle voci furono quattro i membri del Politburo che decisero le sorti del paese, presentando la candidatura di Gorbaciov. Ligaciov lo affermò a chiare lettere durante la 19a conferenza del partito e, in tal modo, a parer mio, non fece che offendere Gorbaciov e con lui tutti coloro che avevano partecipato alle elezioni del segretario generale. È ovvio invece che una battaglia ci fu. E, soprattutto, è stato rinvenuto un elenco del nuovo organico del Politburo compilato da Grishin che si accingeva a diventare leader del partito, da quell’elenco fra molti altri era escluso anche Gorbaciov».
Perché Grishin non fu eletto? Eltsin, che si annovera tra gli elettori di Gorbaciov, così spiega i motivi: «Grishin sarebbe riuscito in pochissimo tempo a mandare in malora tutta l’organizzazione del paese, come già aveva fatto con quella di Mosca. Non si doveva permetterlo in nessun caso. E poi non si poteva sorvolare su alcuni tratti del suo carattere come la vanità, la presunzione, la convinzione di essere infallibile, la brama di potere».
«Un gruppo consistente di primi segretari arrivò alla conclusione che, fra i componenti del Politburo, Gorbaciov era la persona più adatta alla funzione di segretario generale perché era di gran lunga l’uomo più energico ed erudito e inoltre aveva l’età giusta. Decidemmo quindi di puntare su di lui e andammo a trovare alcuni membri del Politburo, tra i quali anche Ligaciov; le posizioni di quest’ultimo coincidevano con le nostre, perché temeva almeno quanto noi l’elezione di Grishin. Quando risultò chiaro che detenevamo la maggioranza stabilimmo che, se fosse stato proposto qualche altro candidato – Grishin, Grigorij Romanov o chiunque altro – ci saremmo dichiarati all’unanimità contrari, e l’avremmo bocciato... Grishin e i suoi non si azzardarono a prendere iniziative, perché si rendevano conto di non avere la minima possibilità, e quindi la candidatura di Gorbaciov passò senza difficoltà» (pp. 131-132).
LA CARRIERA POLITICA DI GORBACIOV
La carriera politica di Gorbaciov fu rapida e fortunata. Nato nel 1931 nel villaggio di Privolnoe (nei pressi di Stavropol’), nel 1950 si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza dell’Università statale di Mosca (MGU) e nel 1952 aderì al Pcus. Qui conobbe Raisa, una ragazza siberiana con la quale convolò a nozze nel 1953. Nel 1956, conclusi gli studi universitari, tornò a Stavropol’ dove iniziò la sua carriera politica dapprima come primo segretario del Komsomol di Stavropol’ e poi come primo segretario del partito della regione di Stavropol’. Ricoprì quest’ultima carica per nove anni, fino al 1978 quando, chiamato a Mosca da Leonid Brezhnev, fece il «salto» sul palcoscenico della grande politica. Brezhnev gli affidò il compito difficilissimo di supervisore della politica agraria che non aveva portato fortuna ai suoi predecessori. Ma non fu così per Gorbaciov. Dopo pochi mesi egli divenne membro supplente dell’Ufficio Politico del Pcus: in sostanza entrò nell’Olimpo dei potenti.
Una carriera così rapida non si spiega solo con le doti personali di Gorbaciov. È assodato che egli godette di potenti protezioni politiche. È opinione diffusa che il suo primo grande protettore fu Jurij Andropov, suo compaesano, che nel 1978, quando era a capo del Kgb, lo presentò a Brezhnev, allora segretario generale del Pcus, che aveva sostato a Mineralnye Vody nel suo viaggio verso Bakù. Alla morte di Brezhnev, nel giugno 1983, Andropov eletto segretario generale del Pcus nominò Gorbaciov suo «secondo». Lo scelse tra i componenti della «squadra» che egli si era creato già dal maggio del 1982 quale membro della segreteria del Pcus, della quale facevano parte anche Viltalij Vorotnikov, primo ministro della Federazione Russa, Viktor Chebrykov, ucraino capo del Kgb, Nikolaj Rizhkov membro dell’Ufficio Politico del Pcus e primo vice-presidente del Consiglio dei ministri dell’Urss e Egor Ligaciov dirigente del Dipartimento di organizzazione del Cc del Pcus.
Perché Andropov scelse Gorbaciov come suo «secondo»? Alcuni testimoni del tempo sostengono che i due, oltre che dall’amicizia, fossero legati dalla comune consapevolezza delle storture del sistema sovietico, delle difficoltà enormi cui andava incontro l’economia sovietica e dalla convinzione della necessità di riforme economiche e politiche. Essi, inoltre, avevano in comune l’intolleranza verso i fenomeni di corruzione, una profonda cultura, l’intelletto acuto. Tuttavia sul rapporto tra Andropov e Gorbaciov esiste un’altra versione che viene riportata da V.I. Boldin nel suo già citato libro. Egli riferisce (p. 53) che Andropov considerava Gorbaciov come uno dei tanti collaboratori che utilizzava per risolvere determinati problemi. Boldin smentisce (p. 54) l’esistenza di un testamento politico di Andropov nel quale egli avrebbe indicato in Gorbaciov il suo successore alla carica di segretario generale. Anzi, scrive che Andropov poco prima di morire aveva espresso la sua delusione per Gorbaciov e aggiunge: «Non ho mai avuto sentore di una particolare vicinanza tra Jurij Vladimirovich (Andropov) e Gorbaciov. So che egli era con lui molto esigente... Posso citare questo episodio: all’incontro che Andropov ebbe poco prima di morire in ospedale coi membri dell’Ufficio Politico, Gorbaciov non era presente» (p. 54). Andropov morì il 9 febbraio 1984, dopo pochi mesi dalla sua elezione a segretario generale del Pcus. I brezhneviani si opposero alla candidatura di Gorbaciov alla guida del Pcus sostenendo che era troppo giovane. Elessero Chernenko.
ECO ALL’ELEZIONE DI GORBACIOV
L’elezione di Gorbaciov a segretario generale del Pcus ebbe ovviamente una grande risonanza internazionale. Essa fu accolta con particolare entusiasmo in Italia dove i comunisti, la sinistra e non solo attendevano con ansia un profondo rinnovamento alla guida dell’Unione Sovietica. Non a caso Gorbaciov è da noi ancora popolare più che in Russia. A testimonianza delle attese che la novità di Gorbaciov aveva creato nel mondo vi è l’episodio che ebbe come protagonista Sandro Pertini, allora presidente della repubblica. Egli interruppe bruscamente la sua visita in Brasile per recarsi a Mosca ad incontrarlo. Esprimendo le speranze e le attese dei comunisti e dei democratici italiani Alessandro Natta gli inviò un messaggio in cui formulava l’augurio che l’elezione di Gorbaciov avrebbe favorito la salvaguardia della pace e il progresso economico, sociale e politico dell’Urss.
Coi comunisti italiani Gorbaciov aveva stabilito rapporti di tipo particolare. Innanzi tutto, prima ancora di diventare segretario generale del Pcus riconobbe l’autonomia del Pci nei confronti del Pcus e dell’Urss e si sforzò di «ricucire» il famoso «strappo» di Berlinguer. Agli inizi degli anni ottanta, in occasione delle vicende polacche, il capo dei comunisti italiani, oltre a criticare il comportamento dei sovietici verso la Polonia, dichiarò esaurita la carica propulsiva della rivoluzione d’Ottobre. Subito dopo la sua elezione a segretario generale del Pcus, ricordando la sua venuta in Italia in occasione dei funerali di Enrico Berlinguer, Gorbaciov a proposito dei rapporti tra i due partiti comunisti disse: «Voi italiani l’avete detto mille volte che siete indipendenti. Noi lo abbiamo detto invece duemila volte, anche ai congressi del Pcus. Siamo tutti indipendenti: sia voi che noi». E aggiunse una frase che procurò grande soddisfazione tra i comunisti italiani in quanto riconoscimento aperto del grande ruolo da essi svolti nel movimento comunista internazionale e nei confronti dell’Urss: «Le critiche di Berlinguer non sono state inutili» («L’Unità» del 13.3.1985).
I comunisti italiani si attendevano da Gorbaciov radicali mutamenti sia nella politica estera che in quella interna dell’Urss. In particolare, essi ritenevano che ai dirigenti sovietici si poneva il problema generale di una maggiore efficienza della loro società. E si chiedevano come i sovietici avrebbero risolto questo problema. A loro avviso, la soluzione non poteva dipendere solo dall’età dei dirigenti, poiché richiedeva riforme volte a modificare radicalmente i rapporti sociali e politici. Occorreva «una ventata nuova» per la società sovietica. (Boffa su «L’Unità» del 12.3.1985).
LE NOVITÀ
Quali furono le novità che comportò l’elezione di Mikhail Gorbaciov a segretario generale del Pcus? La prima e più evidente fu la novità «generazionale» che segnò di per sé un chiaro segnale delle intenzioni di rinnovamento. Chernenko e Andropov erano stati eletti segretari generali del Pcus rispettivamente all’età di 68 e 73 anni. Dopo Stalin, eletto ad appena 43 anni, Gorbaciov fu il più giovane segretario generale comunista sovietico. L’altra novità fu che Gorbaciov si era presentato già ai tempi di Chernenko come colui che aveva rotto col gruppo brezhneviano. Egli lo fece abilmente senza entrare in conflitto aperto. Spesso, ad esempio, non si recava dimostrativamente alle riunioni dell’Ufficio politico e della segreteria del Pcus per segnare un distacco dagli altri dirigenti. Pur essendo supervisore della politica agricola, si rifiutò di prendere la parola al Plenum del Cc del Pcus dedicato appunto ai problemi agricoli. Allo stesso modo disertò la riunione dell’Ufficio Politico che doveva esaminare il piano economico per il 1985. Fece di tutto per prendere le distanze dal vecchio gruppo dirigente e accreditarsi come un rinnovatore.
A tale scopo prese alcune importanti iniziative. Nel 1984 convocò una conferenza ideologica del Pcus nella quale pose con forza il problema di una migliore conoscenza della realtà sovietica e di un profondo rinnovamento della società. Dichiarò apertamente il suo sostegno ad alcuni intellettuali considerati «revisionisti» come Tatjana Zaslavskaja e Abel Aganbegjan, autori del famoso rapporto siberiano, nel quale fornivano un’analisi del tutto nuova dell’economia e dei rapporti sociali nell’Urss. Infine, c’era un’altra novità importante: Gorbaciov, per le sue doti personali, appariva di gran lunga superiore ai suoi predecessori. Ad esempio, parlava quasi sempre a braccio, senza leggere testi già preparati. Lo storico Roj Medvedev in un’intervista («Repubblica» del 24-25 marzo 1985) sostenne che Gorbaciov rappresentava una lodevole eccezione tra i dirigenti sovietici. Nel lodarne le doti personali, tra cui annoverò l’onestà, egli andò forse un po’ oltre il dovuto paragonandolo a Lenin.
RIFORMATORE O CONSERVATORE?
Al momento dell’elezione di Gorbaciov la domanda che più assillava i politici e gli osservatori occidentali ma anche una buona parte dei cittadini sovietici era: sarà un riformatore o un conservatore? L’esperienza storica ha dimostrato che egli è stato un riformatore anzi un rivoluzionario. Tuttavia si è dimostrato incapace di controllare i processi da lui stesso avviati e di individuare i limiti che il sistema poneva alla sua azione riformatrice. La perdita di controllo dei processi ebbe molte cause. Non ultima la sua incapacità di invertire la tendenza storica all’indebolimento del potere della carica di segretario generale del Pcus iniziata subito dopo la morte di Stalin. Questa tendenza storica sulla quale tra i primi a richiamare l’attenzione fu il sovietologo americano Stephen Cohen (intervista a «L’Unità» del 10.3.1985) fu determinata sia dai numerosi cambiamenti avvenuti in seno alla società sovietica, che portarono al sorgere e diffondersi di altri centri di potere, sia dal fatto che salirono ai vertici del potere sovietico uomini vecchi e malati, incapaci di assicurare una direzione forte e decisa del governo del paese. Quando Gorbaciov fu eletto segretario generale del Pcus, il quesito che si posero in molti fu se questa tendenza sarebbe continuata.
Giuseppe Boffa (articolo sull’«Unità» del 12.3.1985) previde che Gorbaciov non avrebbe rinunciato a prendere misure per rafforzare il proprio potere. Egli, in effetti, dopo alcuni mesi dalla sua elezione a segretario generale, decise di cumulare nella propria persona anche la carica di capo di stato. Lo spinsero a rafforzare il proprio ruolo di segretario generale l’esigenza di creare attorno alla propria persona un alone «mitico» di grande riformatore sia all’interno che all’estero, ritenendo che solo così sarebbe stato in grado di attuare le profonde trasformazioni che aveva in mente. In quest’opera fu inizialmente potentemente aiutato dai mass media. Tuttavia ciò non impedì che, in un secondo momento, si registrasse un appannamento del suo mito e prestigio col conseguente sostanziale indebolimento del suo ruolo di segretario generale. Tanto che, a partire dal 1988, si cominciò a parlare di un evidente vuoto di potere nell’Urss. Gorbaciov cercò di rimediare a questo indebolimento istituendo ed occupando egli stesso la carica di presidente dell’Urss. Si trattò, come vedremo, di una decisione tragica per lui e per i destini dell’Unione Sovietica.
«IL PROCESSO È AVVIATO»!
Tutta l’attività di Gorbaciov successiva alla sua elezione a segretario generale del Pcus dimostra che egli fu un riformatore che, pur tra contrasti, tentennamenti e contraddizioni, riuscì ad attuare una serie di importanti riforme in campo politico, economico e sociale. Nella sua azione si pose un limite invalicabile: le riforme dovevano attuarsi nell’ambito del sistema socialista, tendere al suo perfezionamento e alla sua democratizzazione anche mediante l’introduzione del mercato, la riforma della proprietà statale e un certo sviluppo della proprietà privata. Queste riforme avrebbero dovuto contribuire a imprimere al paese un tasso di crescita economica annua del 5-6% in vista del superamento degli Usa in molti campi entro il 2000. La politica estera sovietica avrebbe dovuto dare un forte contributo al raggiungimento di questi obiettivi grazie alla forte riduzione delle spese militari e alla cessazione della corsa agli armamenti.
Queste previsioni di Gorbaciov non si avverarono e dopo alcuni anni dall’avvio delle riforme si produsse un cambiamento di regime politico in tutta l’Urss che ne determinò il crollo. Alla luce di questi risultati diviene evidente uno dei limiti maggiori di Gorbaciov e degli uomini che gli furono attorno: l’incapacità di fare previsioni realistiche e valutare con precisione le conseguenze dei processi messi in atto. Significativa fu la sorpresa e l’impreparazione manifestata da Gorbaciov quando cominciarono ad emergere con forza i movimenti nazionalistici in Russia e in quasi tutte le altre repubbliche sovietiche.
È rimasta famosa la frase di Gorbaciov «Il processo è avviato». Ancora oggi viene ripetuta spesso dai russi per significare che si naviga a vista e che chi vivrà vedrà. Ovviamente di questi errori di previsione non si può fare carico soltanto a Gorbaciov. Ma lui e gli uomini della sua squadra non solo sbagliarono le previsioni. Essi mostrarono di essere impreparati a fronteggiare le conseguenze negative della loro stessa azione. Perché? Tra le diverse cause indichiamo sinteticamente la scarsa conoscenza della società sovietica, l’ostinazione di una parte dei massimi dirigenti a non volere prendere atto delle crescenti difficoltà in cui si dibatteva il sistema economico, il dogmatismo esasperato che portava a negare fatti reali in contrasto con la propria visione del mondo (ad esempio, la tesi secondo cui nel socialismo non era possibile l’inflazione), la scarsa considerazione che i dirigenti avevano per le «raccomandazioni» dei propri consiglieri.
L’accademico Aganbegjan mi ha raccontato come fosse stato allontanato da una riunione al massimo livello perché aveva sostenuto e dimostrato, nella sua relazione, che l’economia sovietica versava in uno stato assai critico. A tutto ciò occorre aggiungere il conformismo diffuso che spingeva ad attenuare le critiche ai gruppi dirigenti, l’illusione che alla politica del Pcus, allo stesso Gorbaciov non vi fossero alternative e che il popolo avrebbe seguito comunque nella sua stragrande maggioranza il nuovo gruppo dirigente sovietico.
L’UOMO GORBACIOV
Gorbaciov è nato in una famiglia di contadini, il padre Serghej Andreevic lavorò per 40 anni nella locale Stazione di macchine agricole e partecipò alla seconda guerra mondiale. «Sono orgoglioso di mio padre» disse una volta Gorbaciov (Intervista a «Izvestija» TSK KPSS, n. 5,1989). Gorbaciov si è sempre vantato di avere iniziato a lavorare all’età di 13 anni nel kolkhoz, combinando lo studio col lavoro. La formazione del suo carattere, il suo modo di considerare la vita furono notevolmente influenzati da questa prima esperienza lavorativa. Quando apparve sul palcoscenico della grande politica, dopo la morte di Brezhnev e soprattutto durante la direzione di Chernenko, i suoi modi apparentemente gentili e semplici, la facilità con cui comunicava con le persone accompagnata a un certo pragmatismo nell’affrontare le questioni, la sua età relativamente giovane, il suo gusto nel vestire non proprio sovietico che si avvicinava a quello occidentale lo resero subito popolare in patria ma sopratutto all’estero.
Molti cominciarono a guardare a lui con grandi speranze in un rinnovamento radicale della società sovietica e dei suoi rapporti con il resto del mondo nel senso di una maggiore apertura. Sono rimasti nella memoria di molti il viaggio che compì in Inghilterra prima di essere eletto segretario generale, nel 1984, e la calorosa accoglienza che gli riservò la Thatcher allora primo ministro inglese, la quale dette su di lui un giudizio entusiastico per l’apertura e cordialità dimostrata.
Come uomo e dirigente politico, durante il tempo in cui fu segretario generale del Pcus, manifestò alcune debolezze che furono notate innanzitutto da coloro che lavorarono con lui in stretto contatto. È nota l’influenza esercitata su di lui dalla moglie Raisa che andava ben oltre i rapporti famigliari per investire il campo delle scelte politiche. Il capo della sua guardia del corpo, Vladimir Medvedev, nel suo libro Chelovek za spinoj (Il guardiaspalle, ed. Russlit, 1994) così si esprime a proposito: «Egli era subordinato a lei. Le andava dietro. Anche altri lo vedevano ma nessuno è riuscito a capire la causa di questa dipendenza. Per ogni questione: da lei. Aveva, se così si può dire, la mania di grandezza di lei. Una volta Raisa corresse delicatamente un famoso regista teatrale, uno dei migliori nel paese. Gorbaciov rilevò la correzione dicendo: “No, no, la ascolti lei sa, lei sa...”. Quando andavano in macchina lei si sedeva al suo posto, di dietro a destra, e lui vicino come se la accompagnasse» (p. 270).
Vladimir Medvedev fu guardia del corpo anche di Brezhnev. Nel suo libro, cercando di mettere a confronto i due personaggi, scrive: «I due segretari generali non erano soltanto diversi ma chiaramente opposti. Sul lavoro, Brezhnev, specialmente negli ultimi anni, affidava numerose questioni ai suoi collaboratori. Invece, Gorbaciov tiene tutto nelle sue mani, sempre in movimento, persino in macchina telefona, non perde tempo. Quello non era al corrente di molte cose, dimenticava, questo teneva tutto in testa. Durate le vacanze, era tutto il contrario. Brezhnev amava correre alla guida per decine di chilometri di boschi o attraverso la neve alta alla ricerca di un animale ferito, nuotava per molte ore nel mare in tempesta. Malato, Brezhnev non rinunciava ai propri hobby, nell’ultima estate prima della morte, nel 1982, nuotava a lungo e lontano persino con il cattivo tempo. Invece, Gorbaciov, giovane e forte, conduceva durante le vacanze una vita misurata, noiosa. Era completamente programmato, protetto, privo delle comuni passioni umane. Nella riserva di caccia di Zavidovo ci andò alcune volte, a passeggiare. Una volta, subito dopo l’andata al potere, Mikhail Sergeevic andò a caccia. Sembrò che gli piacesse. Ma si parlò molto delle avventure amorose di Brezhnev e Gorbaciov smise di andare a Zavidovo» (p. 271).
Continuando a focalizzare il carattere di quest’ultimo, Vladimir Medvedev scrive: «Ecco qual è la differenza fondamentale tra Brezhnev e Gorbaciov: Brezhnev era più vicino alle persone, era più spontaneo» (p. 268). Passa poi a parlare dei gusti di Gorbaciov nel vestire. «Non aveva pretese nel vestire. Ma quando si trattava di un vestito nuovo diventava esigente, persino pignolo... La difficoltà era che a Gorbaciov adattavano vestiti di importazione già fatti. Adattare è più difficile che cucire... Raisa Maksimovna rimproverava i sarti senza timore. Talvolta sembrava che tutto andasse bene, tutti noi eravamo soddisfatti, soprattutto lui, ma arrivava il no di lei. E quasi sempre aveva ragione. Senza dubbio lei aveva buon gusto» (p. 270). Medvedev mette in evidenza un altro tratto del carattere di Gorbaciov uomo e politico: quello di non sapere mai niente quando accadevano fatti gravi. Racconta che durante i tragici avvenimenti di Tblisi, in Georgia, nel 1989 trovandosi in Inghilterra, disse di non essere stato messo al corrente da nessuno. Ma non era vero perché il generale Rodionov, che comandava le truppe di stanza in Georgia, senza l’ordine del ministro della difesa dell’Urss Jazov non avrebbe potuto impiegare i carri armati in città. Jazov a sua volta senza l’assenso del segretario generale non avrebbe mai dato l’ordine di fare entrare di notte le truppe in Tblisi.
Sin qui l’uomo Gorbaciov. Ma parliamo del politico. Nessun dubbio circa la sua convinzione democratica. Le sue affermazioni che non avrebbe fatto ricorso alla forza per imporre la sua politica hanno sempre trovato riscontro nei fatti. Salvo in tre occasioni: l’attacco ai dimostranti di Tblisi, l’attacco alla sede della televisione di Riga e il fallito tentativo di «golpe» nell’agosto 1991. In queste occasioni i suoi avversari lo accusarono di «complicità» con gli organizzatori delle repressioni e del «golpe», ma non riuscirono a portare prove convincenti a sostegno. Lo stile di Gorbaciov segretario generale del Pcus fu caratterizzato da pragmatismo e franchezza. Nel suo linguaggio politico ricorrevano con grande frequenza parole come sicurezza, stabilità, società civile, stato di diritto, democrazia. E ciò lo faceva ritenere simile a un dirigente occidentale. Egli, pur dichiarandosi leninista, di qui anche il suo radicalismo, si ispirava a Hobbes, Locke, Machiavelli. E ciò lo faceva ritenere un «liberale».
Ma forse la principale qualità politica di Gorbaciov fu la pazienza, l’attendismo prima di prendere decisioni. Gorbaciov il temporeggiatore, potrebbe essere definito. L’idea che lo guidò durante la perestrojka fu senza dubbio quella di non forzare i processi, attendere la loro maturazione, guidarli verso gli sbocchi desiderati riducendo al minimo i sacrifici e i costi per la popolazione. Da questo punto di vista, i continui ritardi di cui Eltsin e altri politici lo accusavano erano forse voluti. Certamente alcuni ritardi non intenzionali vi sono stati. Ha tardato a rendersi conto della crisi della questione nazionale, a comprendere il «fenomeno» Eltsin e le conseguenze che ne sarebbero derivate. La tattica del temporeggiamento, attuata in modo brillante, talvolta lo portava a perdere di vista gli scopi strategici, lo faceva somigliare a un giocoliere che, però, col passare del tempo maneggiava sempre più stancamente e con meno successo gli attrezzi del gioco. Ma ci fu chi vide in questa tattica l’incapacità di scegliere, di prendere decisioni. Scrive V.I. Boldin, a lungo collaboratore stretto di Gorbaciov, responsabile dell’apparato del presidente dell’Urss: «I tentennamenti divennero la sostanza della sua politica. Egli non aveva coraggio a sufficienza per andare avanti oppure indietreggiare. E questa mancanza di fiducia gli alienò il sostegno di molte forze radicali senza unire attorno a lui coloro che si trovavano sulle vecchie posizioni. Non vedendo determinatezza, progresso sulla via delle riforme i dirigenti del partito a tutti i livelli cessarono di credere in Gorbaciov. Essi capirono che data la sua propensione ai zig zag, alle manovre non era possibile giungere in nessun posto. Anche l’opinione pubblica democratica si allontanò dal segretario generale. Questa fu la tragedia di Gorbaciov... » (da Krushenie piedestala, Crollo del piedistallo, ed. Repubblica, Mosca, 1995, p. 107).
Capitava talvolta a Gorbaciov, sotto la spinta degli eventi e la pressione dei conservatori, di smettere di temporeggiare e di assumere atteggiamenti risoluti. Però, poco dopo, li smentiva. Oppose un netto rifiuto alla richiesta avanzata dalla Lituania nel 1989 di uscire dall’Unione Sovietica. Ma il giorno successivo acconsentì all’apertura di trattative. I frequenti ripensamenti nel rapporto con le repubbliche federate, oltre a sminuire il prestigio di Gorbaciov, procurandogli l’accusa di essere un leader irrisoluto alimentavano le tendenze disgregatrici in Urss. L’eccessiva cautela e l’indecisione di Gorbaciov favorirono l’azione dei suoi avversari, in primis di Eltsin, che mostravano una maggiore risolutezza e capacità di realizzare le proprie scelte.
La famosa frase di Gorbaciov «il processo è avviato» esprimeva allora un certo modo di lavorare, una filosofia secondo cui l’importante era iniziato, poi tutto il resto sarebbe venuto. Ma Gorbaciov dava l’impressione di iniziare senza prima avere predisposto un preciso programma di azioni coerenti e senza prevedere le conseguenze. Ecco in che modo egli respingeva quest’accusa. «Qualcuno cerca di rimproverarci di non avere un piano preciso e dettagliato di attuazione della concezione della perestrojka. È difficile concordare con questa impostazione della questione. Ritengo che commetteremmo un grossolano errore se noi di nuovo cominciassimo ad imporre alla società schemi già pronti e spingere la vita, la realtà nel “letto di procuste” degli schemi. In ciò si è distinto lo stalinismo col quale noi non abbiamo niente a che fare. Noi agiamo secondo Lenin. E agire secondo Lenin significa indagare come il futuro scaturisce dall’attuale realtà (M.S. Gorbaciov, Sotsilisticheskaja ideja i revoljutzionnaja perestrojka (L’idea socialista e la perestrojka rivoluzionaria) nella «Pravda» del 26.11.1989).
Si trattò di una risposta poco convincente poiché fu proprio Lenin a delineare in una serie di articoli i tratti fondamentali della futura società socialista. Fu Lenin che concepì come un preciso piano di azioni del governo sovietico la Nuova Politica Economica (NEP). Su questo punto Eric Hobsbawm ha un’opinione diversa. A suo avviso «il guaio non era tanto quello di non possedere una strategia efficiente per la riforma dell’economia – non ce l’ha avuta (Gorbaciov, nda), nemmeno dopo la sua caduta – quanto di essere lontano dall’esperienza quotidiana del paese» (Il secolo breve, p. 570). In altri termini, per Hobsbawm Gorbaciov conosceva poco la realtà urbana e industriale dell’Urss essendosi formato come dirigente in una regione prevalentemente agricola.
Al tempo della perestrojka si parlava molto del narcisismo di Gorbaciov, della sua voglia di essere sempre al centro dell’attenzione e dell’interesse, della sua eccessiva loquacità durante gli incontri. I suoi critici lo descrissero come una persona che aveva di sé un’opinione esagerata, di scarsa modestia, cedevole, confuso e insicuro di fronte alla sfortuna, come al tempo del «golpe». Ma forse il tratto più «negativo» della personalità di Gorbaciov al tempo della perestrojka era la sua inclinazione a non cedere nulla del potere che deteneva. Aspirava a essere un grande riformatore, il più democratico, ma continuando a restare capo dello stato, leader del partito e a mantenere gli stessi poteri, a usare gli stessi metodi nei confronti dei suoi collaboratori. Si fece promotore di nuove elezioni ma evitò di concorrere come candidato alla pari di tutti, facendosi eleggere deputato per mandato del partito (lo consentiva la nuova legge da lui ideata). Respinse la proposta di elezioni dirette del Presidente dell’Urss: preferì non rischiare. Forse è in tutto ciò la spiegazione della sua tendenza ad attorniarsi di persone capaci solo di eseguire ordini. Ma egli si mostrò incapace anche nel valutare gli uomini di cui si circondava. Ad esempio, sottovalutò Eltsin e la sua capacità di coagulare attorno a sé forze. Errore che non commisero certi osservatori internazionali come H. Kissinger che un giorno vide in Eltsin l’uomo capace di strangolare Gorbaciov e l’Urss. È forse tutta qui la spiegazione della tragicità del personaggio Gorbacio: nell’avere conseguito risultati diversi se non opposti a quelli che si prefiggeva.
Senza negare il contributo di Gorbaciov alla democratizzazione dell’Urss si può dire con le parole di Vladimir Medevedv che egli «correva dietro la vita, senza farcela, saltando ogni volta sull’ultimo vagone, non volendo lasciare le alte cariche, abbandonando cammin facendo e la sinistra e la destra fino a quando non è rimasto solo. Persino dall’amato partito si è separato in contumacia, senza aver convocato il plenum, senza avere guardato negli occhi i fedeli collaboratori ai quali lo legavano decenni di lavoro in comune. La situazione imponeva un’urgente dissociazione. Egli sperava così di raggiungere indenne un qualche vertice, col nuovo potere, senza il partito».
Medvedev conclude su questo punto riferendo un tagliente giudizio di Burbulis, braccio destro di Eltsin, segretario di stato della Federazione Russa: «È grave che per lui (Gorbaciov, nda) gli uomini significhino poco, per lui vale solo l’ideologia della sopravvivenza».
RETROSCENA: LA VICENDA DI ROMANOV
Nel retroscena dell’elezione di Gorbaciov a segretario generale del Pcus c’è il dramma personale di Grigorij Vasilij Romanov, il suo concorrente più quotato. La «Pravda» del 5 novembre 1992, ricostruendo la vicenda di Romanov, scrisse che, già nel 1972, l’allora primo ministro sovietico Aleksej Kosygin confidò a Giulio Andreotti che entro brevissimo tempo Romanov, primo segretario della regione di Leningrado, era destinato a diventare la figura principale in seno alla dirigenza sovietica. Quando Kosygin fece questa confidenza ad Andreotti era assai probabilmente al corrente che Brezhnev, allora segretario generale del Pcus, riteneva Grigorij Romanov la persona più idonea a succedergli. Tuttavia, alla morte di Brezhnev, Romanov non divenne segretario generale del Pcus, al suo posto fu eletto Chernenko e nemmeno lo divenne alla morte di quest’ultimo. Perché? La «Pravda» tira in ballo un duplice complotto svoltosi in tempi differenti. Il primo complotto sarebbe stato organizzato da Andropov e Gromyko contro Romanov quando fecero diffondere all’estero «una disinformazione finalizzata». In sostanza anonime fonti sovietiche fecero sapere a tutto il mondo che Romanov in occasione delle nozze della figlia aveva organizzato nel Palazzo Tavricheskij, a Leningrado, un pranzo regale, usando le posate imperiali, nascondendo poi che parte di queste posate furono rotte. Dello scandalo che sembra fu messo a tacere da Suslov si servì Andropov per screditare Romanov e succedere lui a Brezhnev. Tuttavia Andropov ricorse nei confronti di Romanov all’antico detto latino promuovere per rimuovere. Su suggerimento di Gromyko e Gorbaciov, nel 1983 lo chiamò a Mosca in qualità di membro della segreteria del Cc del Pcus. Con questa nomina si dice che egli abbia ottenuto un doppio risultato: allontanare Romanov da Leningrado dove godeva di un forte sostegno popolare e porlo sotto il suo controllo.
La cronaca dell’altro complotto è densa di torbidi intrighi e trame oscure, scandita da una sequela di morti misteriose, come furono, a suo dire, quelle di Suslov e di Ustinov. Entrambi erano membri dell’Ufficio Politico del Pcus e – sostiene la «Pravda» – non furono sostituiti per assicurare «la prevalenza numerica dei sostenitori di Gorbaciov nell’Ufficio politico». Il giornale poi denuncia il fatto che la riunione dell’Ufficio Politico per la designazione del nuovo segretario generale del partito fu tenuta in assenza di quattro membri dell’Ufficio Politico, tra cui lo stesso Romanov che era in ferie a Palanga e per «dimenticanza» non fu invitato. Alla riunione erano assenti i potenti segretari dei partiti comunisti di Ucraina e del Kazakhstan: Sherbitskij e Kunaev. Il primo trattenuto «casualmente» in trasferta negli Usa; il secondo non giunse in tempo alla riunione a causa di un imprevisto.
La «Pravda» denunciò anche l’azione di forze esterne contrarie alla elezione di Romanov a segretario generale del Pcus. Quali erano queste forze esterne? La risposta dell’articolista a questo quesito sembra risentire molto del dibattito in corso nel 1992 in Russia sulle cause che determinarono il crollo dell’Urss. La «Pravda» sostiene la tesi secondo cui gli americani erano assai interessati ad impedire l’elezione di Romanov in quanto lo consideravano un grande rappresentante del «complesso difensivo» ossia del complesso militare-industriale sovietico e perciò stesso ostile agli Usa. A conferma di questa tesi il giornale riferisce di un incontro che l’ambasciatore americano Hartman ebbe con Romanov nel novembre 1982 a Leningrado. Durante il colloquio i due avevano trattato la questione dei rapporti sovietico-americani e Romanov «aveva sostenuto una linea dura che non permetteva di immaginarsi la concessione di vantaggi unilaterali agli americani». Si sottintende che, per il giornale, questi vantaggi gli americani riuscirono ad ottenerli da Gorbaciov.
LA «SQUADRA» DI GORBACIOV
Gorbaciov introdusse nell’esperienza storica del Pcus una novità assoluta: la cosiddetta «squadra» che egli cominciò a costituire già nel 1983, quando era «secondo» di Andropov. Il suo modello fu in seguito ripreso da Eltsin e da Putin. La squadra era una struttura anomala nel sistema di governo sovietico, composta sia da dirigenti politici che da intellettuali, tutti nominati «consiglieri» del segretario generale del Pcus. La sua funzione principale era quella di fornire suggerimenti e consigli, di dare pratica attuazione a importanti spezzoni della politica del segretario generale, aggirando in parte le strutture centrali del partito, le quali vennero così in parte depotenziate, ed anche gli organi elettivi del partito che spesso furono messi di fronte a decisioni già prese in altra sede. Questa struttura anomala, non ufficiale ma assai temuta e potente, era parallela a quella del governo e del partito con le quali talvolta entrava in conflitto. La creazione della «squadra» rese ancora più complesso e articolato il sistema di potere a livello centrale senza che ne risultasse accresciuta l’efficienza e la capacità direzionale. Anzi, per certi versi contribuì ad accrescere la confusione nelle competenze che ciascun organo centrale doveva esercitare. Nel complesso si ebbe un indebolimento dell’azione sia del governo centrale che delle altre istituzioni.
Chi furono i membri della «squadra» di Gorbaciov? Tra i dirigenti politici vi furono innanzi tutto Boris Eltsin e Aleksandr Jakovlev. Il primo fu chiamato a Mosca da Sverdlovsk (ora Ekaterinburg) nel 1983 e nominato membro della segreteria e capo del Dipartimento delle costruzioni. Il secondo, nominato direttore dell’Istituto dell’economia mondiale e delle relazioni internazionali e poi membro dell’Ufficio Politico del Pcus fu in seguito definito «architetto della perestrojka». I suoi avversari politici in seno al partito lo chiamarono «la puttana dell’America»: allusione alla carica di ambasciatore nel Canada ricoperta prima di rientrare a Mosca nel 1983.
Tra i politici stretti collaboratori di Gorbaciov vi fu Eduard Shevardnadze, nominato nel 1985 ministro degli esteri, carica che ricoprì ininterrottamente fino alla fine del 1990 quando si dimise per protesta contro «la svolta a destra» di Gorbaciov. Gorbaciov considerò le sue dimissioni alla stregua di una pugnalata alle spalle. E non aveva tutti i torti. Subito dopo il fallito «golpe» dell’agosto 1991 Shevarnadze fu l’unico tra i suoi più stretti collaboratori a gettare ombre sul suo comportamento durante il «golpe». Forse pentito del «tradimento», Shevarnadze nell’autunno del 1991 riassunse la carica di ministro degli esteri dell’Urss motivando questa decisione con la necessità di sostenere la lotta di Gorbaciov per il mantenimento dell’Urss. Dopo lo scioglimento dell’Urss, Shevarnadze, accusato dai nostalgici dell’Urss di «tradimento degli interessi del paese», ritornò in Georgia dove divenne in una situazione incandescente e densa di pericoli (subì alcuni attentati) presidente della repubblica. In questa veste assunse posizioni di politica estera chiaramente filoamericane, anche se si sforzò di mantenere inalterati i rapporti con la Russia. La sua gestione non proprio cristallina degli affari dello stato georgiano, il clientelismo e la corruzione lo resero odioso a una buona parte del popolo georgiano che nel 2003 dopo una serie infinita di manifestazioni lo costrinse alle dimissioni e a riparare in Svizzera.
Oltre a Shevarnadze, Gorbaciov reclutò alcuni consiglieri di politica estera tra i funzionari della vecchia guardia. I più importanti e noti furono Andrej Aleksandrov-Agentov, conoscitore di sei lingue, già consigliere di Brezhnev, Andropov e Chernenko, Leonid Zamjatin che iniziò la sua carriera ai tempi di Khrusciov e fu a capo del Dipartimento informazioni internazionali del Pcus e portavoce ufficiale del segretario generale, e Georgij Arbatov, il più noto dei tre in campo internazionale, direttore dell’Istituto degli Usa e del Canada, profondo conoscitore della realtà americana.
Il consigliere economico più ascoltato da Gorbaciov fu Abel Aganbegjan, ebreo armeno, chiamato a Mosca nel 1985 da Gorbaciov mentre ricopriva la carica di direttore dell’Istituto dell’organizzazione della produzione di Novosibirsk. Aganbegjan non divenne mai un dirigente politico. Giustificò il suo rifiuto di assumere cariche politiche definendosi un «tecnico» estraneo ai giochi della politica. In realtà, però, la politica la faceva eccome dato che fu tra i principali elaboratori della strategia dell’accelerazione dello sviluppo economico dell’Urss portata avanti per alcuni anni dal Pcus durante la perestrojka.