Greco Giovanni
Teatri di pace in Palestina
+DVD 30'
2005 pp.64 14,00 €
Il libro e il dvd raccolgono l'esperienza di un gruppo di attori, musicisti e un regista, provenienti da Roma e Londra, impegnati a Betlemme in un laboratorio teatrale con bambini e bambine di diversa nazionalità, di diverse età, di diverse religioni, che si prefiggeva lo scopo di ricostruire relazioni pacifiche e riproporre il primato del dialogo e della parola.
Il dvd e il volume raccontano con la viva voce dei protagonisti, con il registro del diario e con quello dell'inchiesta, questo originale tentativo di recuperare, in una realtà drammatica e lacerata, l'elemento del gioco, che coniuga in sé serietà e spensieratezza, logica e passione, responsabilità e divertimento, intendendo con quest'ultimo la possibilità di "divergere" dalla realtà, senza rimuoverla ma incarnandola con pienezza.
Questa esperienza, con il libro e il video che la raccolgono, sarà oggetto di rappresentazioni e iniziative in diversi teatri d'Italia.
il mondo è un dente strappato
non chiedermi perché
io oggi abbia tanti anni
la pioggia è sterile
Amelia Rosselli
È solo a favore dei disperati che ci è data la speranza
Walter Benjamin
a Maria, il miglior fabbro
INTRODUZIONE
Tutto è successo molto in fretta, una sera di inizio estate 2003, a casa di Giovanna. Una sera come ce ne sono state decine e decine, fin dai tempi in cui eravamo compagni di classe all’Accademia d’Arte Drammatica. Tra una chiacchiera e l’altra Giovanna mi dice con il sorriso sulle labbra: «Vado in Palestina dal ventiquattro luglio ai primi di agosto con mio cugino e la sua compagna ed altri musicisti e artisti inglesi, invitati dal Children Cultural Centre Bethlehem, a fare un laboratorio teatrale con bambini e bambine…». Guardo Giovanna con un misto di invidia, gioia, dubbio, sorpresa. Non riesco ad articolare bene una qualsiasi risposta. Passa qualche secondo di silenzio e Giovanna, per antica telepatia, aggiunge dopo aver sorseggiato il suo vino rosso: «Vieni anche tu?». Così, prima di fare mille domande, mi giro verso Maria, la guardo per chiederle se, come… e d’impeto rispondo «… sì!». Ma chi sono Giovanna, Maria e il sottoscritto? Sarebbe una storia molto lunga da raccontare e bisognerà raccontarla un’altra volta. Basti sapere che siamo un gruppo teatrale di periferia, nati nell’occupazione di un teatro in una zona di degrado socio-culturale (Ostia ponente), che facciamo teatro cosiddetto di ricerca mai disgiunto da un impegno costante di natura politica e sociale: abbiamo una storia politica e teatrale comune che ci ha visto lavorare spesso con Amnesty International, che ci ha fatto incontrare con l’handicap, con minori a rischio, con bambini e bambine albanesi di un campo profughi, che ci ha visto sostenere adozioni a distanza, costruire iniziative contro la guerra, spettacoli, performances, letture… Una scelta condivisa, costante, spesso invisibile, faticosa. Dunque tutto è successo molto in fretta, ma in realtà all’interno di un percorso di anni e anni che sono stati il presupposto e forse l’inevitabile premessa di questo viaggio. Andare a Betlemme per fare quello che in questi anni non abbiamo mai smesso di fare, è stato ed è come continuare un discorso con altri bambini e altre bambine, un discorso che quasi sempre è gioco, incontro, è stato come ritrovarsi a casa davvero, proprio quando così lontani eravamo da quella che dovrebbe essere la nostra casa, parlare e ascoltare nel proprio elemento mentre intorno c’è silenzio di morte o urlo o macerie.
In questa prospettiva di un flusso che non s’interrompe, il percorso seguito una volta a Betlemme non è stato quello della spettacolarizzazione fine a se stessa, cioè della messa in scena di un testo drammatico, più o meno compiuta. L’idea portante, ribadita anche se ricontestualizzata, è stata quella di mettere in campo le dinamiche proprie della relazione teatrale in senso ampio che, in ultima analisi, fanno riferimento alla dimensione ludica come veicolo di fiducia, di conoscenza, di intuizione profonda di sé e dell’altro in un contesto di riappropriazione di un diritto umano primario, qual è quello del gioco, momento sublime che coniuga in sé senza contraddizione serietà e spensieratezza, logica e passione, responsabilità e divertimento, intendendo con quest’ultimo la possibilità di divergere dalla realtà, senza rimuoverla ma incarnandola con pienezza.
Il gioco è stato, in un’ottica teatrale, la riaffermazione del primato del corpo e della mente riconciliati, di una parola finalmente libera da sovrastrutture ideologiche e restituita alla sua funzione primordiale di ponte, il punto più alto del confronto con la complessità del reale tra uomini e donne, bambini e bambine, affrancate/i dall’incomprensione e dalla paura. Laicamente, ma in maniera pertinente visto il luogo che ha ospitato questo laboratorio (vera e propria sperimentazione di nuovi rapporti interumani, Betlemme), si potrebbe con un’immagine biblica dire che il percorso immaginato ha cercato di andare da Babele a Pentecoste, dalla confusione delle lingue alla nuova possibilità che tutti, pur parlando la propria lingua, mantenendo la propria identità, conservando la propria storia, siano compresi da tutti gli altri che continueranno a parlare la propria lingua, la propria identità, la propria storia in una difficile ma inevitabile dimensione meticcia, molteplice, ibrida.
Da questa esperienza ibrida, meticcia, a un anno di distanza, nascono queste pagine e il video (che mi piace chiamare poema-film) come una provvisoria sintesi che mette insieme i frammenti di un mosaico fatto d’interviste, di articoli apparsi su giornali, di poesie, di resoconti quotidiani del lavoro fatto, immagini, riflessioni, nomi e date, in una coerenza che è quella intermittente di una memoria parziale o partigiana – ma è possibile un’altra memoria? In una forma dunque apparentemente entropica, ma che rinnega a priori la nettezza dei contorni, lo specifico degli ambiti espressivi incomunicanti e spesso sospettosi l’uno dell’altro, la solitudine di una militanza politica che non si alimenti di una trasfigurazione simbolica e al contempo di un autocompiacimento estetico che abdichi alla dimensione etica come ad un vezzo avvilente, una realtà estranea alla sregolatezza del genio individuale, fossile romantico di cui non si riesce a disfarsi.
Non per assolvere agli obblighi di un rito vuoto sento il desiderio di ringraziare Ibtisam, che ci ha ospitato a Betlemme, e regalato la sua indomabile passione; Mohannad e Manal che ci hanno saputo dire tutto il loro dolore e insieme il loro entusiasmo; Khaled (e Inad Theatre) che è molto più attore di tutti noi che abbiamo smesso il teatro necessario; Giovanna Conforto (mia altera ego) e Rosario Greco (fotografo di prim’ordine), che sono i soci alla pari di questa avventura; Michele Cantoni e Claudia Caldi che hanno amato a tal punto quei bambini che ora sono lì a viverci insieme; Maurizio Bartolucci, dono forse immeritato, che ha creduto in tutta questa operazione anche quando io facevo fatica a farlo; Adriana Spera (con il suo sorriso), Dino Gasparri e Pino Galeota che non mi hanno fatto mancare il loro sostegno; Luigi Maria Musati che riesce a insegnarmi qualcosa anche a distanza di anni e di chilometri; i compagni e le compagne delle Sirene (Catia, Filippo, Giulio, Giorgio, Silvana e gli altri) senza i quali la mia storia politica sarebbe molto più esigua; Angela Azzaro che mi ricorda sempre la mia responsabilità di donna; Salvatore Alfieri che è uno dei pochi a capire i miei spettacoli; Ivan Bonfanti che ha saputo tenere a freno la poesia; Francesco Cordio e Marcus J. Cotterel per il talento e per la pazienza; Enrico Venturini perché ci crede anche se non sembra; Igino Poggiali perché ha visto la farfalla; l’Ensemble Terra d’Otranto per l’odore della loro musica; i bimbi e le bimbe di Al Azzah e del Children’s Cultural Centre Bethlehem dei quali bisognerebbe scrivere tutti i nomi se ci fosse spazio; mamma, papà e Angela che comunque ci sono da sempre, e naturalmente Mattia, Pietro Leone ed Emma che ci sono da poco. A Maria, che non saprei come ringraziare, questo libro e questo poema-film, parola per parola, immagine dopo immagine, sono dedicati.
G. G.