Illuminati Augusto
Revenge!
Filosofia, cinema, rock
2005 pp.208 18,00 €
Nell'ultimo concerto al Planetario di Berlino, 6 giugno 1988, a poco più di un mese dalla morte, Nico cantò la sua nuova canzone "Fata Morgana" con sole sillabe. Troverò le parole più tardi, promette alla fine. Anche noi, forse, abbiamo trovato la linea musicale adatta al postfordismo, ma ci mancano ancora le parole. Abbiamo decostruito vecchie certezze di presenza piena e necessità storica, siamo convinti che l'eccedenza così conseguita del possibile sul reale permetta di offrire una seconda occasione a vicende in apparenza concluse - revenge, seguito di un flm di successo con vendetta dei soccombenti. Tuttavia il linguaggio adeguato è ancora in costruzione. Per fortuna è un'impresa collettiva e in un singolo libro ci si può accontentare di un piccolo contributo. Mescolando allegorie, fiabe, musica e film, vogliamo mettere in discussione l'esistenza di una storia universale e di un tempo omogeneo. Il resoconto di viaggio post-coloniale in Libia, al centro del libro, restituisce le difficoltà di una memoria condivisa, le ragioni inconciliabili di due gruppi che hanno occupato lo stesso spazio e si sono separati traumaticamente. Qui, come altrove nel Mediterraneo, la guarigione delle ferite va di pari passo con un risarcimento non revisionistico della storia e il rifiuto di ogni conflitto di civiltà.
PREMESSA
Che la filosofia sia il proprio tempo appreso per concetti, va da sé. Altrettanto che nel nostro tempo siano centrali le manifestazioni della creatività e del consumo culturale di massa, anzi che sia determinante nella produzione postfordista il modello dell’industria della comunicazione e dell’intrattenimento, cui si adeguano molti altri rami lavorativi. La stessa filosofia, allora, non solo riflette questi fenomeni, ma vi concorre come tecnica di educazione mentale e comportamentale, con i pregi performativi e gli sbalzi di banalità che connotano tutto il settore dell’infotainment. Il riscatto benjaminiano del passato, per dirne una, coincide singolarmente con la tecnica commerciale del seguito di una storia di successo – il nome corrente ne è Revenge, alla lettera vendetta, rivincita. Utopia e lancio pubblicitario si scambiano le parti, così come la lotta di classe e gli ideali del comunismo (o, più sommessamente, della critica radicale e della resistenza democratica) si ritrovano ormai quasi soltanto nella grande cultura pop, da Stephen King a Sam Raimi, dal rock epico al blob televisivo1.
Sondando promiscuamente materiali fiabeschi, letterari, filmici e musicali dell’universo che la filosofia ha attraversato o sta attraversando e dei cui colori si tinge intendiamo prendere sul serio la sua inaggirabile temporalità costitutiva. L’incastro arbitrario o aleatorio sostituisce la distinzione paratattica fra vero e falso, buono e cattivo, spariglia le mani della partita. La nettezza del bianco e nero si dissolve in scala di grigi. Lo ha cantato anche il Boss: «And what once seemed black and white turns to many shades of gray». Ma questa è una buona cosa, la schietta fine della metafisica, che è un processo sporco, slabbrato, non un taglio spettacolare, una nuova posizione dell’Essere che ne drappeggia l’eternità.
Prima ancora di eseguire laboriose decostruzioni concettuali, lo sfacelo della presenza e la reversibilità delle sequenze temporali è un luogo comune dell’immaginario quotidiano. Ci si abitua a dei processi prima ancora di metterli in moto, come chi sbarca a New York l’ha già vista tutta al cinema. L’animazione fantastica funziona però solo contestualmente all’agire reale. Dal punto di vista espositivo, poi, ci sono vantaggi nel narrare storie invece che procedere ordinatamente per concetti. Senza esagerare, s’intende. Sappiamo che la logica, intesa in senso stretto, non ha diritto di egemonia sul pensiero razionale e, se intesa in senso lato, deve giustificare anche l’analogia e la contraddizione, dotandosi di un complemento allegorico-tropologico, come spiegò lucidamente Enzo Melandri2, aggiungendo che l’analogia ha una valenza sovversiva se corrode dall’interno gli ordinamenti che razionalizzano il potere esistente e conduce verso un più avanzato assetto razionale. Se l’immaginario, aggiungiamo, è una fase di passaggio all’azione.
Un tema parallelo del libro è il tentativo di riflettere, certo non per la prima volta, sull’utilità e il danno della storia per la vita, provando a costruire un’altra tipologia di memoria o logica di verità. Il fatto che entrambe – memoria e verità – non siano pacificamente condivisibili, lungi da un’acquiescenza scettica, manifesta l’esistenza di ritmi temporali differenti e combinati: non lavoriamo forse con una Zeit in Gedanken, al plurale, erfasst? Questa presa d’atto consente di riusare gli schemi della società mediatica, in cui siamo comunque immersi, senza soggiacervi, di riscontrare l’irrimediabile senza amarlo, di preparare la rivincita nel secondo atto: revenge!
La declinazione al plurale di memoria, verità, temporalità e il loro congiungersi fisico in una moltitudine piuttosto che in un popolo statalizzato, ci dà la facoltà di inseguire sia le discontinuità effettuali che le possibilità non realizzate ma in sé non impossibili, tracce di una storia “minore”, fili tranciati, percorsi interrotti e implausibili che all’improvviso si affacciano sull’orlo della «grande politica», nella perigliosa modalità dell’aporia catastrofica.
Il futuro anteriore più che passatempo intellettuale controstorico è analisi di quanto, non essendo stato, potrà tuttavia esserlo in futuro. Il contrario della rimozione e coazione a ripetere: una razionale apertura dell’incompiuto sul nuovo. Un moto opposto a ogni sciagurato vagheggiamento di identità e comunità, la capacità di lasciarsi eccedere da un passato insieme amato e obliabile, di ereditare con criteri selettivi e disdegnare l’eredità. La tragedia dei nazionalismi e delle minoranze nell’area mediterranea e balcanica fa toccare con mano come la speculazione antiquaria diventi bruscamente attuale nell’epoca dei fondamentalismi e dei terrorismi su scala planetaria. Quando mai una lobby wahabita avrebbe potuto interferire con gli uffici delle multinazionali a Manhattan o una lobby ebraica minacciare le fastose residenze di Saddam a Baghdad? Strade scartate nello scorso secolo avrebbero portato a una situazione diversa? Sono ancora percorribili?
Infine si esercita la collaudata flânerie, nella speranza di incontrare figure spaziali rilevanti per la travagliata modernità che stiamo attraversando. Figure di sfacelo apocalittico, di luccicante imposizione, di fruibile transito. Dimore moltitudinarie non meno inquietanti delle fratte biografie dei loro abitatori. Con un finale accompagnamento musicale per tutte le stazioni della deriva. Enigmatiche Sirene che ci sviano dal placido corso della storia universale, Frances Farmer, Jean Seberg, Nico e Kurt Cobain non sono un pretesto diversivo ma cifre di un bilancio retrospettivo (che altro pretenderà la nottola filosofica?) su cui investire desiderio di futuro, azzardi infondati, promesse di felicità. Tinta del suo e di altro tempo, la filosofia resta un animale indocile e inaffidabile. Nella società dello spettacolo procura competenze e formula interrogazioni, legittima governamentalità e sedizione, confermando l’intima solidarietà con le forme della cultura pop, sempre ambigue fra consenso e ribellione, arredo ambient e rumore di fondo dell’insorgenza. Forse ci limitiamo ad aggiornare una vecchia storia cominciata con i Sofisti e la tragedia attica. Bene, facciamolo.
NOTE
1 Il modello segretamente soggiacente a ogni avventurosa rivincita viene d’altronde dal capolavoro della letteratura popolare ottocentesca, Il conte di Montecristo di A. Dumas.
2 La linea e il circolo. Studio logico-filosofico sull’analogia, il Mulino, Bologna 1968, rist. Quodlibet, Macerata 2004, pp. 546 e 810. L’analogia è come cercare l’ago nel pagliaio. Interessandosi però all’ago, non alla paglia. E l’ago è la rivoluzione.