Il potere costituente - Un brano
Copertina
Negri Antonio
Il potere costituente
Saggio sulle alternative del moderno

2002 pp.464 26,00 €

Nell’epoca nella quale i paradigmi politici della modernità sono in crisi ed è stata proclamata la fine del marxismo e della sinistra, Il potere costituente presenta una narrazione, vigorosa e ampiamente fondata dal punto di vista storico, della genealogia e delle promesse del pensiero e della pratica rivoluzionaria. Al centro di questo libro sta il conflitto tra il potere costituente, forza democratica di innovazione istituzionale, e il potere costituito, cioè la fissazione del potere nelle costituzioni formali e nell’autorità centrale dello stato. Questo conflitto definisce, secondo Negri, il dramma delle rivoluzioni moderne, dalla Firenze di Machiavelli all’Inghilterra di Harrington, dai dibattiti dei padri fondatori della costituzione americana a Sieyès, Marx e Lenin. Il “potere costituente” apre all’analisi di una nuova maniera in cui la potenza e l’azione delle masse possano essere comprese per costruire un futuro radicalmente democratico. Questo libro, che qui viene presentato in una nuova edizione, è stato tradotto in numerose lingue e, soprattutto in Francia e negli Usa, è stato al centro di un dibattito teorico tra filosofi e scienziati della politica intorno al tema di una “antimodernità” radicalmente democratica, che va oltre tutte le riforme dello stato. L’opera costituisce un’utile premessa alla lettura di Impero, il libro che Michael Hardt e Antonio Negri hanno recentemente pubblicato.


Introduzione



Apparso nel ’92 in Italia, nel ’94 nel Stati Uniti, nel ’96 in Francia oltre che in altre lingue, il Potere Costituente ha vissuto una vita sotterranea. Le prime edizioni sono ovunque esaurite (e questo ne giustifica la riedizione) ma il dibattito è stato, per così dire, poco visibile. Eppur c’è stato. Alcuni elementi tematici sono entrati nel dibattito, spesso sono stati acquisiti dalla critica più vivace. In primo luogo, la lettura della teoria politica della modernità come vera e propria narrazione metafisica di quell’epoca (più e meglio di quanto lo siano stati il dubbio cartesiano o il trascendetalismo kantiano). In ciò, nel politico, si manifesta dunque il radicamento ontologico della modernità. In secondo luogo il fatto che, dentro e contro lo sviluppo del moderno, si sono date alcune alternative radicali (antimoderne), definite essenzialmente dal pensiero di Machiavelli, Spinoza e Marx. In terzo luogo si è descritta la saldatura tra costituzione e rivoluzione in termini di crisi: la crisi, se il potere costituente è una figura dell’ontologia, non è solo un evento ma una produzione duratura di eventi, un dispositivo sempre aperto sull’a-venire-venire. In quarto luogo le grandi rivoluzioni moderne, da quella umanistica italiana a quella inglese seicentesca, da quella americana a quella francese fino alla rivoluzione russa, sono tutte attraversate da una capacità creativa che non trova soddisfazione in se stessa, e quindi neppure soluzione istituzionale (giuridica), ma cerca un aldilà sempre aperto. La natura critica del potere costituente è, di conseguenza, in quinto luogo, anche potenza e liberazione del pensiero critico da ogni posizione subordinata, è una condizione della prassi quando questa vuole realizzarsi.
Si accennava al successo poco visibile di queste tesi nell’ambito della teoria politica contemporanea. Ma vi è anche chi ha assunto Il Potere Costituente ad oggetto di polemica in maniera del tutto aperta. In primo luogo Étienne Balibar il quale, (oltre ad avere tradotto il libro in francese) lo ha introdotto alla critica, accusandolo sostanzialmente di nutrire un’idea vitalista del processo costituente. Pur accettando il quadro storico sul quale l’analisi era sviluppata, Balibar pensa che il concetto di potere costituente non possa essere opposto a quello di potere costituito: questa opposizione renderebbe la natura del potere costituente, fragile anziché consistente, virtuale anziché reale. Secondo Balibar, il potere costituente non può dunque rischiare di ridursi ad una figura etica (una delle due sorgenti della creatività morale, così come la considerava Bergson), deve bensì essere raffigurato come capacità reale di porre diritto, di concludersi in esso, pur rivoluzionandolo. Al lato opposto Giorgio Agamben in Homo Sacer, dopo avere apprezzato il radicamento ontologico del potere costituente, ne critica la teoria trovando, nella sua attività, una figura che, a suo parere, non riesce a staccarsi da quella del potere costituito, che è come dire dalla sovranità. Secondo Agamben il potere costituente è attratto dal suo opposto e perciò non può essere assunto come espressione radicale di innovazione del reale, né come segno tematico del movimento rivoluzionario. Insomma per Agamben il potere costituente è formalmente incluso nel potere costituito, nella sovranità, nella tradizione politica del moderno. Queste critiche, che sono state spesso ripetute da altri recensori, (amici e no) proprio nella loro opposta e alternativa tipicità, rappresentano un problema nel cui tessuto vorrei qui cercare di muovermi per costruire una risposta possibile.
A mio parere occorre tornare ad insistere sulle caratteristiche ontologiche del potere costituente. Se la sua consistenza ontologica è effettiva bisognerà allora insistere sul fatto che il potere costituente non potrà in nessun caso essere considerato un motore dialettico oppure una funzione della relazione dialettica. Né da un punto di vista sostanziale (cioè come potere proletario contro quello borghese) né dal punto di vista formale e cioè come prodotto omologo ed opposto al potere d’eccezione della sovranità moderna. Il potere costituente è qualche cosa di differente, non è solo un’eccezione politica ma un’eccezione storica, è il prodotto di una discontinuità temporale, radicale, (che in sé stravolge tutti i concetti del moderno e ne compone altri), è il motore di una metamorfosi ontologica. Esso dunque si presenta come una singolarità potente, e non potrà essere appiattito nell’implacabile ripetuta alternativa bergsoniana delle funzioni creative e delle funzioni costitutive (come vuole Balibar); neppure potrà essere attratto dal suo opposto prepotente, cioè dalla sovranità, come vuole Agamben (alla ricerca, forse, di una alterità ontologica, la nuda natura, che suona come un’utopica fuga).
Bisognerà dunque inserirsi in questa singolarità potente. A me piace qui illustrare il potere costituente dal punto di vista di quello che esso forse non sarà più. Voglio dire che, forse, oggi noi siamo aldilà del moderno e probabilmente anche del potere costituente. Questi concetti ho, con Michael Hardt, espresso in Empire. Ma è proprio questo esserci distaccati dal moderno, che ci dà la possibilità di descrivere più compiutamente il potere costituente e di respingere le critiche che gli sono state rivolte. In fondo, se ben si considera la cosa, il potere costituente è l’ultima espressione di un «fuori» che era ontologicamente e politicamente pregnante. Il potere costituente era l’ingresso nella storia di nuove forze e nuovi desideri: il segno di una mutazione antropologica. Dal di fuori. Ma oggi, nelle dimensioni imperiali della sovranità e del comando, il «fuori» non c’è più. Si può oggi forse dire che il concetto di potere costituente sta alla modernità (cioè ad un regime culturale nel quale il «fuori» esisteva ancora) come quello di esodo sta allo spazio globale. Questo non significa che l’esodo sia una continuazione postmoderna del moderno potere costituente. Non lo è davvero, perché laddove non c’è più fuori, le potenze che costituiscono l’esodo diventano comunque irriducibili. Sono modi spinoziani di una passione irrefrenabile e assoluta. Sono figure di libertà che non conoscono l’ideologia né l’utopia, né la religione né l’intimità, ma che hanno singolarmente incarnato l’alienazione. E però, se ora riguardiamo il potere costituente da questo nuovo punto di vista, noi vediamo nella sua ambiguità una specie di annuncio dell’esodo. Il potere costituente è stato probabilmente una prassi impossibile, ma ha tuttavia rappresentato l’unica potenza rivoluzionaria nel moderno. Ma oggi, anche quando parliamo di esodo costituente, noi siamo aldilà del potere costituente. Questo essere aldilà non significa che la figura ontologica del potere costituente, così come in questo libro è stata configurata, non possa qui essere confermata. Al contrario: noi la riconosciamo, sia pure come annuncio (ma è un annuncio fortissimo), nelle forme di lotta sovversiva e nei dispositivi di mutazione rivoluzionaria dell’essere nuovo del soggetto. I critici che vedevano allignare nel concetto di potere costituente spunti contraddittori o di esaltazione vitalistica del potere, o di subordinazione passiva a questo, dovranno ora chinarsi alla sua irriducibile consistenza.
È evidente che nell’epoca moderna, il potere costituente è stato alla base del concetto di sovranità, e in particolare del concetto di sovranità nazionale. Oggi questo concetto di sovranità non regge (come si sa) neppure in maniera illusoria. Alla sovranità moderna che pretendeva comportamenti giuridici diversi fra il dentro e il fuori dello spazio nazionale, si sostituisce la sovranità globale che identifica, in linea di principio, il dentro e il fuori. Di qui il riconoscimento che il potere costituente ha toccato un limite estremo, sul quale deve ora confrontarsi con la sovranità globale (e/o imperiale) e negare la figura nella quale era vissuto nel moderno. Ma in questo passaggio dal moderno al postmoderno, non è solo il concetto di potere costituente ad esser messo in discussione: lo sono la maggior parte dei concetti politici della modernità. Lo stesso, ad esempio, si può dire per il concetto di popolo, che è concetto falsificante, poiché prodotto per attrazione ed assimilazione dal potere statuale moderno. Popolo è una produzione ideologica borghese che si oppone a moltitudine. Finché esistono quel concetto di sovranità e questo concetto di popolo, non siamo ancora nel postmoderno, ovvero nell’epoca che stiamo vivendo. Ma possiamo giocare a confrontare nomi e concetti di epoche diverse. Così ci sembra che, oggi, nel postmoderno, popolo sta a moltitudine come prodotto sta a produzione, lavoro sta ad attività, spazio chiuso a spazio aperto, e determinazioni eugenetiche a determinazioni meticcie, ibride, comunque creative. Un bel salto è quello che stiamo compiendo.
Oggi, dopo quasi vent’anni dalla redazione di questo libro, presentando la seconda edizione dopo che la discussione su Empire è tanto proceduta, non posso non riconoscerne il valore di prodromo: c’è un’enorme quantità di materiali costruttivi all’interno di Il Potere Costituente. A questo libro sono grato per avermi insegnato molte cose e mi farà piacere se altri potranno rileggerlo per approfondire la genesi della situazione nella quale noi siamo oggi. Felicemente o dolorosamente, a misura di come si immagina l’a-venire.
Roma, Gennaio 2002


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