Università 3.0

apr 22nd, 2015 | Categoria: Percorsi di lettura

COP UNIVERSITA' 3Che cos’è questo libro

Lo scopo principale di questo libro è prendere in esame le vicissitudini dell’università e della ricerca italiane, in particolare dopo la riforma Gelmini del 2010, con una prospettiva diversa da quella usualmente adottata dai media e dal dibattito politico. Per banale che sia, vale la pena di precisare che il libro non pretende di rappresentare una sintesi esauriente della storia dell’università e della ricerca italiane: per ragioni di spazio e di competenze abbiamo omesso alcuni temi importanti, come ad esempio quello della governance interna degli atenei, e trattato piuttosto rapidamente alcuni altri, quale la spinosa questione dei ranking degli atenei.

Il libro raccoglie alcuni contributi apparsi su ROARS, organizzati secondo una ripartizione tematica piuttosto che cronologica. Tutti gli articoli sono stati scelti tra i contributi firmati dalla redazione nel suo complesso o dai suoi singoli membri, con l’eccezione di Pietro De Nicolao (cap. 2, §4), e di Federica Laudisa (cap. 7, §1-2). Alcuni articoli sono stati pubblicati originariamente in altre sedi, e solo in seguito ripubblicati (talvolta con modifiche) su ROARS.

Nel riadattare molti articoli al formato cartaceo abbiamo dovuto rinunciare ad alcuni grafici e a molti collegamenti ipertestuali che il lettore più curioso potrebbe trovare interessanti: abbiamo perciò corredato ogni articolo di un QR-Code, ovvero un codice a barre bidimensionale leggibile da qualsiasi smartphone dotato di un’apposita applicazione (scaricabile gratuitamente): il codice contiene l’indirizzo al quale potete trovare l’articolo così come pubblicato originalmente su ROARS. A guisa d’esempio: la fig. 1.1 rimanda alla homepage di ROARS; la fig. 1.2 rimanda alla pagina “Redazione”, che contiene qualche cenno biografico sui redattori.

Gli articoli, raccolti per temi, raccontano, di fatto, la storia recente del sistema universitario, che in estrema sintesi può essere così schematizzata:

a)     A partire dal 2008, i Governi che si susseguono decidono operare ingenti tagli alla spesa pubblica sull’università e sulla ricerca. Si tratta di tagli che, almeno inizialmente, non sono stati compiuti per sopperire alla crisi economica, che nel 2008 aveva appena investito l’economia reale dei paesi europei;

b)    Questi tagli devono essere giustificati indorando in qualche modo la pillola. Parecchi giornalisti, opinionisti e politici, dopo aver enfatizzato per anni i problemi -talora presunti, talora reali- del sistema universitario, riescono a imprimere nell’immaginario di buona parte degli italiani l’idea che il sistema sia “malato”: inefficiente, inutile, sprecone e popolato da fannulloni (cfr. cap. 2);

c)     Per risolvere problemi di natura estremamente complessa, che necessiterebbero di interventi di “chirurgia fine”, si invocano invece soluzioni semplici, all’ingrosso, ma veicolate da slogan evocativi come “premiare il merito” (cfr. cap. 3);

d)    Vengono pertanto sviluppati una serie di controlli centralizzati e procedure di valutazione tanto burocratizzate quanto maldestre, volti a misurare il “merito” e “la qualità” di atenei e ricercatori (cfr. capp. 4 e 5);

e)     Si infliggono innanzi tutto duri tagli e pesanti limitazioni del turnover all’intero sistema (cap. 6) e nel contempo si progetta e si dà inizio ad una valutazione degli atenei (con la VQR) che dovrebbe portare alla premiazione di quelli “virtuosi”, con pochi o nessun taglio, e alla punizione di quelli ritenuti “non virtuosi, castigati con decurtazioni dei finanziamenti e con il mancato sblocco del turnover. In tale modo il taglio della spesa può essere presentato come una sua razionalizzazione o addirittura una sorta di valutazione e premiazione dei migliori atenei;

f)     Per compensare i tagli e reperire le risorse taluni atenei vedono nell’aumento delle tasse studentesche una possibile fonte di finanziamento, nonostante l’Italia si distingua per una tassazione studentesca tra le più elevate d’Europa e la scarsità di risorse investite a sostegno del diritto allo studio (cap. 7).

La riforma Gelmini ha usato e pervertito in particolare tre parole chiave: “sprechi”, “eccellenza” e “valutazione”. In nome della lotta agli sprechi si è giustificato un ingente taglio ai finanziamenti pubblici, che ha compromesso la possibilità di entrare nel sistema a un paio di generazioni di giovani ricercatori; in nome dell’“eccellenza” si sono concentrate le risorse su pochi “hub” nazionali (università, gruppi e singoli), a discapito del resto del sistema. In nome della “valutazione” si è infine operata un’ingerenza centralizzata sul sistema. La cabina di regia di questa “riforma epocale” è stata presieduta dai “poteri forti” del paese, e in particolare da Confindustria, attraverso appositi think thank come la Fondazione Agnelli o l’associazione TreElle, con la speranza di scaricare sull’Università l’onere dell’innovazione e della formazione di quadri aziendali – assecondandola così ad esigenze economiche privatistiche e di corto respiro.

ROARS ha tentato in questi anni di rimettere al centro del dibattito l’idea che l’università e la ricerca sono un bene pubblico prezioso per l’Italia, per il suo sviluppo sia civile che economico. Condizione necessaria, ancorché non sufficiente per ridare centralità alla ricerca e all’educazione terziaria, è invertire la rotta delle politiche pubbliche, riprendendo ad investire e riportando i finanziamenti pubblici a livelli almeno pari alla media dei paesi OCSE (cap. 8).

Questo non basta, perché le politiche degli ultimi anni hanno prostrato il sistema universitario e della ricerca, spingendolo a modificare in fretta i propri assetti di governance spesso senza preparazione adeguata, ed a sobbarcarsi i nuovi compiti collegati alle necessità indotte dalla volontà di controllo burocratico centralizzato del governo e della agenzia nazionale di valutazione.

ROARS non propone soluzioni facili per problemi complessi e non ha ricette magiche per rimettere in moto il sistema. C’è bisogno di un dibattito pubblico ampio, ma nel contempo è possibile e desiderabile evitare di ripetere alcuni errori che potrebbero aggravare lo stato di salute dell’università in Italia attraverso qualche piccolo ritocco all’architettura istituzionale (cap. 10). E non è il caso di perdere di vista il dibattito internazionale dove il movimento dell’OpenScience sta promuovendo alcuni dei mutamenti più interessanti nel panorama della ricerca, recepiti in modo non sempre ottimale dal nostre Paese (cap. 9).

Che cos’è ROARS

ROARS è un blog nato alla fine del 2011 per costruire uno spazio pubblico di analisi e discussione informata sulle politiche dell’università e della ricerca in Italia. ROARS è l’acronimo di Return On Academic ReSearch che allude a un indice utilizzato per valutare la redditività dell’investimento di un’impresa, ossia il ROI – Return On Investment. Un’allusione volutamente paradossale: fin dalla sua origine ROARS ha messo in discussione la visione divenuta prevalente in Italia per cui università e ricerca debbano essere analizzate e valutate come se fossero imprese che producono beni di consumo, in tal modo contestando l’idea che l’università debba essere pagata autonomamente da chi la frequenta, come un qualsiasi cinema o ristorante.

La redazione di ROARS è composta da 13 membri, a vario titolo appartenenti al mondo accademico e scientifico, e ha una composizione eterogenea dal punto di vista anagrafico, geografico e disciplinare. In questi anni ROARS ha pubblicato poco meno di 2.000 articoli, firmati da circa 200 autori, ed ha raccolto quasi 30.000 commenti, alcuni dei quali sono veri e propri articoli. Nel momento in cui questo libro andrà in stampa i visitatori avranno superato i 10 milioni.

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