Il testo e la voce


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La scrittura, dice il re egiziano Thamus nel Fedro di Platone, «impianterà la dimenticanza». «Tutto è scrittura», confermano oggi Jacques Derrida e la sua scuola. Ma davvero la scrittura è dunque una pietra tombale su una perduta, sterminata e ricchissima, cultura della voce e del suono, che si trasmise per millenni, nelle favole e ballate popolari, poi nei canti di mestiere e di rivolta, fino a diventare un puro fantasma? La scrittura ha soltanto insomma «rubato la voce», come la malefica strega, alla Sirenetta della fiaba? In questo libro, frutto straordinariamente documentato di molti anni di ricerca, Alessandro Portelli, mentre traccia una innovativa storia della cultura e letteratura americana, avanza anche una tesi più audace e produttiva sul rapporto tra «testo» e «voce» . Contro ogni forzata opposizione tra oralità e scrittura, la chiave di Portelli è piuttosto la contaminazione continua di voce e di testo. «Il capitano era dritto sul ponte di comando, e il gelo era nei suoi occhi», dice una canzone di balenieri; e Melville, in Moby Dick: «Il capitano Achab era dritto in piedi e guardava fisso al di là dell'eterno oscillare della prua». Assenza e presenza della voce nel testo formano un tessuto, un campo dinamico di conflitti in cui nulla è mai perso in modo definitivo, dalla leggenda di un fantasma decapitato «in una battaglia senza nome nella guerra rivoluzionaria» fino a Woody Guthrie, Lenny Bruce, Langston Hughes, Jerry Lee Lewis o Pedro Pietri; o Little Steven, i Talking Heads e Bono; da Irving a Hawthorne, Whitman, Melville, Poe, Twain, Henry James, fino a Pynchon, Leavitt, De Lillo, o Vonnegut, LeGuin e, naturalmente, l'amato Asimov. Ma sono l'affascinante capacità di connettere, alle fonti dell'oralità, «gli sciamani che mormoravano e scuotevano i sonagli» con Rattle and Hum degli U2, l'impianto rigoroso del libro svela un'ambizione maggiore. Il testo e la voce è, in definitiva, «un'interpretazione delle fondazioni della identità nazionale americana attraverso la letteratura, e un'interpretazione della letteratura attraverso le fondazioni scritte e orali del linguaggio: un tentativo di individuare le complesse e molteplici relazioni tra linguaggio e immaginario da un lato, e le vicende della storia culturale degli Stati Uniti dall'altro». L'idea di fondo «è che tanto la democrazia, quanto l'oralità e la scrittura, sono significanti mobili, non ancorati a paradigmi fissati una volta per tutte». Anche la democrazia è dunque «il centro instabile di un asse che va dalla polarità della delega a quella della partecipazione», tra parola impersonale delle istituzioni e segno inconfondibile dell'individuo, tra ordine stabile della democrazia realizzata e disordine sovversivo delle rivoluzioni, tra uguaglianza dei diritti e differenze. Dall'ombra dell'oralità che smuove garanzie e certezze di istituzioni e scritture, all'impatto dell'oralità sulla letteratura fino alla parte finale che documenta come, dall'età del realismo alla depressione, all'Era elettronica, le tecnologie della parola hanno tentato di ricostruirsi. Impadronendosi della voce, appunto. E Il testo e la voce ci rivelerà, allora, perché una voce può diventare «piena di soldi - come quella, indimenticabile, di Daisy in The Great Gatsby. A quale misterioso «testo» corrisponde ormai la malinconia di quella «voce»?
  • Autore Portelli Alessandro
  • Sottotitolo Oralità, letteratura e democrazia in America
  • Anno 1992
  • Formato 14,5x21
  • Pagine 304
  • ISBN 88-7285-009-6

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