Chi sono io per impedire tutto questo?

mar 5th, 2016 | Categoria: Editoriale

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La paura di un mondo senza madri

di Simona Bonsignori

Mi indigno per ogni ovocita spagnolo che si incontri con sperma italiano nel ventre di una pakistana in un centro nepalese; perché un utero indiano rende alla sua proprietaria 4 mila dollari mentre quello californiano 40 mila. Mi indigno per i 30 mila euro di costo di un’adozione internazionale e per i quattro anni di vita degli etero sposati cui è concesso di tentare, e non c’è da stupirsi se in Italia le adozioni contano poco più di 4 mila bambini l’anno, intrappolate come sono in cavilli giurudico-politici.

Mi indigno per la tratta delle minori per prostituzione, per le spose bambine e per i bambini soldato; per il lavoro infantile nelle fabbriche, per ogni bambino morto di tumore a Taranto e nella terra dei fuochi, e per le piccole vittime di pedofilia (con un aggravante in caso di Chiesa).

Mi indigno per i bambini (e tutti gli altri) affogati nel mediterraneo, per ogni bambino lanciato oltre il filo spinato che non viene raccolto, in questa sporca storia di confini inviolabili. Ma soprattutto mi indigna chi è indignato da me.

Ci impigliamo in troppe frontiere, fisiche e morali, da cui non riusciamo a districarci senza che un patto democratico di reciproca tutela e rispetto esista in costruzione continua. Liberare i corpi è difficile. Io credo che questo contribuisca a rendere la lotta per la libertà di scegliere del proprio corpo e della propria vita, per combattere tutte le forme di schiavismo o di sfruttamento economico, inefficace.

Qual è il valore economico dell’indignazione? Cosa siamo disposti a rendere globale?

L’Italia è il paese in cui l’adulterio, reato femminile punito con la reclusione, è stato dichiarato costituzionalmente illegittimo solo nel 1968. Neppure ai cattolici è più permesso trasformare un peccato in reato, e già questo dovrebbe mostrarci che i nostri mondi morali non sono sufficienti a fare leggi: non vivere troppo, non morire quando vuoi, non partorire figli di altri. Morale e diritto dovrebbero restare ben separate.

Amiche contrarie all’affitto dell’utero (non voglio usare GPA, perché sono convinta che ci sia passaggio di denaro nella maggioranza dei casi; ma neppure mi piace maternità surrogata – la maternità non si conclude con il parto) ne denunciano la monetizzazione.

Il nostro futuro liberista è progettato sullo sfruttamento dei corpi. Il DNA stesso, salvato dalla storica sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti del 2013, fino a tre anni fa era brevettabile: privato dunque vendibile. Tre persone su mille nel mondo (21 milioni) sono ridotte in schiavitù, e cinque milioni e mezzo hanno meno di 18 anni. I soli paesi sviluppati e l’Unione Europea contano 1,5 milioni di lavoratori forzati (fonte ILO). Siamo nel centro del problema? Se vogliamo incontrarci è indispensabile chiarire anche questo.

Parliamo di sfruttamento e condizione femminile, anche se alle nostre morte ammazzate ci stiamo rassegnando, ma poco ascoltiamo delle esperienze dei corpi, di ognuna nel proprio. In India se chiedi a una donna “quanti figli hai?” spesso risponde “10 figli vivi”. Donne vendono la propria capacità riproduttiva, che in molti casi, azzardo, è tutto ciò che possiedono ed è, di solito, già gratuitamente sfruttata da famiglie e mariti. E’ il sud del mondo la questione?

Parliamo dei genitori desideranti. Sappiamo che la maggioranza è ancora di gran lunga etero e pochi sono i single, e che hanno catalizzato un livore come nessun bombardiere su Damasco è riuscito a fare. Se proprio ne vogliamo parlare, se è faccenda pubblica, che il dibattito riparta dalle vite.

Il motivo che spinge alcune persone ad avere un figlio non ha valore pubblico, a meno di non accompagnarsi alla domanda opposta, ossia perché altre scelgono di non farlo. In un’economia dei corpi, la crescita e la decrescita demografica hanno un peso specifico legiferante e rimborsato (bonus bebè), quindi economico.

Sono una turista procreativa, come ingenerosi colleghi hanno battezzato lo spostamento per curare la propria fertilità. Ho un problema genetico di coagulazione, che mi è costato tre aborti e altrettanti raschiamenti a carico del mio corpo e del servizio sanitario nazionale; un piccolo intoppo che in Italia non si sono dati la pena di diagnosticare e che un istituto universitario della Catalogna ha risolto con un’iniezione quotidiana di fluidificante. Il tutto al costo di un impianto dentale, rimborsato dalla Casagit.

Erano gli anni seguenti alla Legge 40 sulla Pma e al silenzioso flop del suo referendum abrogativo, a sostegno del quale pubblicammo, alcune colleghe e io, il libretto Si puo’ , la cui bandella recitava:

“la procreazione medicalmente assistita e il dibattito che l’ha preceduta e seguita si sono alimentati di fantasmi e pregiudizi che hanno attraversato entrambi gli schieramenti politici, divaricati su molti punti ma convergenti in tante questioni decisive, che riguardano la concezione del diritto, l’idea della famiglia, la diffidenza verso il primato femminile nella procreazione”.

Volarono accuse di eugenetica, i bambini divennero “figli in provetta”. Io di quell’Italia non mi fidavo. I centri universitari di biotecnologie, una volta eccellenza del nostro territorio, si disfacevano per mancanza di fondi, pochissimi sopravvissero: Bologna, Milano; a Torino c’era l’ultimo avamposto di una ginecologa guerriera. Il resto rimase nelle mani di un business privato senza freni economici. Con la mia storia medica, la diagnosi pre-impianto (vietata dalla L. 40) era condizione essenziale. Voglio ricordarlo perché era il 2004 e il clima non è migliorato affatto.

Ho sentito che chi cerca un figlio “per forza” è un egoista se non ha età o sesso giusti; un esibizionista se è single; un arrogante se è ricco. Ho letto che dovremmo rassegnarci al nostro stato. Chi vuole puo’ farlo. Ma restiamo senza un incisivo? Si rassegna un malato? La risposta è no, il diritto non è alla cura ma a una vita migliore.

Siamo una coppia eterosessuale sposata e due volte fortunata, mio marito e io, ma non tremo nel dire che se fosse stata necessaria un’ovodonazione l’avrei tentata. Mio padre vive con la valvola di un maiale; perché le mie figlie non avrebbero potuto farlo grazie all’ovocita di una ragazza? L’utero altrui no, ho amato le mie gravidanze. Ma per fortuna il caso non si pose.

Chi è la guardiana del Tempio? Posso solo partire da me, da un’esperienza semplice ma indicativa di quanto sia poco privata la mia vita, direi che non sono soltanto mia. Perché la “materndipity”, la felice scoperta di aspettare un figlio per puro caso, è un po’ come una laurea senza studio, la salute senza cura di se, o la ricchezza senza furto. Capita ma è raro. Per questo sono grata a Nichi Vendola e al suo compagno di aver tenuto il tema dei corpi nell’arena pubblica. Questo mi colloca con chiarezza dove sono sempre stata, dalla parte dell’idea che il benessere collettivo si alimenta di libertà individuali composte con le tutele degli altri, perché sono le sole capaci di appagare desideri di felicità. Intimo il tema, delicati i percorsi, formidabili le poste in gioco. Occorre lasciar scegliere e fidarsi, e confrontare le storie. E questo è il difficile.

Ho scelto le mie maternità perché sono piena di vita. Mentre io e mio marito prendevamo un aperitivo alla Boqueria di Barcellona in una giornata di sole, i nostri embrioni si stavano formando. Abbiamo due bambine e siamo felici. Questa è la nostra storia. In quanto a Vendola, spero che le mie figlie vorranno invitare il piccolo Tobia alle loro feste di compleanno.

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