LA GUERRA NON È A BRUXELLES di Marco Grispigni

mar 22nd, 2016 | Categoria: Editoriale

bruxelles 1

Bruxelles 22 marzo, restiamo umani (se mai lo siamo stati)

 

Morte, disperazione, panico nelle strade della città. I titoli sulla rete parlano di guerra, di Bruxelles come Damasco o Tripoli. Gli editorialisti si affannano a spiegare come e perché dopo l’arresto di Salah sia arrivata questa terribile strage. La bestia del razzismo, sempre più forte, tuona contro gli arabi, i migranti, gli islamici.

Un dramma e una città sconvolta: ma Bruxelles e l’Europa non sono in guerra, al massimo la guerra la esportano. Le strade della capitale belga non ricordano neanche lontanamente il dramma e le macerie di Damasco, di Tripoli e delle mille città e piccoli paesi bombardati dagli aerei della libertà o dalle truppe dei fascio-islamici dell’Isis. Bruxelles oggi, come ieri Parigi, Madrid, Londra, è stata colpita da un orribile attentato terrorista. Il terrorismo semina morte e paura, ma non è la stessa cosa della guerra. Al terrorismo si risponde con l’azione di polizia e di intelligence, con la politica capace di intervenire su quelle drammatiche realtà che il terrorismo alimentano. Al terrorismo non si risponde bombardando qualche altro paese, alimentando il razzismo, deportando i migranti in Turchia, fuori dell’Europa, nelle mani, sporche di sangue, di un governo autoritario.

Bruxelles questa volta è veramente nel panico, non come nelle altre innumerevoli occasioni raccontate, con molto colore e poca cognizione di causa, dalla stampa internazionale. Il Belgio è uno strano paese abituato a una sorta di autoironia. I militari nelle strade, presenza continua a partire dal precedente allarme terrorista, erano stati inglobati nelle abitudini degli abitanti: in occasione delle feste di Natale, ero rimasto sconvolto nel vedere intere famiglie fare la fila nei mercatini di strada (una storica tradizione delle città del nord Europa) per farsi una fotografia con i bambini in mezzo a due soldati armati di tutto punto. Gli stessi militari in alcune occasioni si erano lasciati fotografare, con i loro mitra in evidenza, davanti a un baracchino di patate fritte dal nome evocativo “au roi de la mitraillette” (la mitraglietta è un panino classico belga ripieno di carne, salse varie e patatine fritte; il nome credo che sia legato all’impatto sul proprio fegato che questo panino può avere).

Ora invece una cappa di silenzio e terrore è calata sulla città: scrivo queste righe chiuso nel mio ufficio, nel palazzo di Berlaymont, quello che appare in tutti i servizi da Bruxelles; da qui, per ragioni di sicurezza, non possiamo uscire. Dalla finestra vedo le strade, intorno al grande edificio, deserte e irreali a questa ora in cui normalmente brulicano di macchine in un continuo ingorgo e di quella miriade di funzionari, precari che lavorano e vorrebbero lavorare nelle istituzioni, turisti che si fotografano davanti all’entrata e alla scritta “European Commission”, “Commission européenne”. Niente, il deserto. Dalle mie finestre si sente solo il rumore, quasi continuo, delle sirene e il sinistro passaggio delle camionette che portano gli artificieri, sinistro segnale che altri allarmi attraversano la città. Dopo le prime ore successive agli attentati, il silenzio diviene la regola anche per la stampa belga su internet. Sulla home page del primo giornale belga francofono, “Le Soir”, campeggia questa scritta: “Conformément au souhait du parquet et afin de ne pas compromettre l’enquête «Le Soir» ne communiquera dès lors rien de plus sur opérations en cours”. Quel silenzio invocato per la stampa, i più anziani si ricorderanno di questa polemica nel nostro paese nei giorni del sequestro Moro, qui è accettato e interiorizzato. Lo stato di emergenza è la nuova governance europea.

Condividi:
facebooktwitterfacebooktwitter

Seguici su:
facebooktwitteryoutubefacebooktwitteryoutube
Tags: , , , ,

I commenti sono chiusi

transfer services from civitavecchia onoranze funebri roma