LA GRAN BRETAGNA E IL SUO INGRESSO IN EUROPA. CORREVA L’ANNO 1972

giu 24th, 2016 | Categoria: Editoriale

CASTELLINA UE ACQUA

di LUCIANA CASTELLINA

 

La Gran Bretagna entra nella Comunità Economica Europea nel 1972, quasi quindici anni dopo la sua costituzione e per questo la vicenda inglese non sarebbe parte di questo libro che si è proposto di coprire solo il dibattito che animò le sinistre negli anni ’50, quelli che accompagnarono la nascita dei primi embrioni d’Europa. E tuttavia il peso del paese è tale da non poter ignorare l’atteggiamento che il paese assunse rispetto a quello che si ostinò a chiamare riduttivamente Mercato Comune. Il travagliatissimo dibattito che precedette la decisione durò più di vent’anni fino all’esito di questro referendum. Si sviluppò in due tappe, all’inizio degli anni ’60, in occasione del primo tentativo di ingresso; e all’inizio dei ’70, in occasione del secondo, positivamente conclusosi nel 1973. Che divise laburisti da conservatori, continuamente alternatisi a Downing Street in questi anni; ma anche i due partiti al loro interno.

Con sarcasmo Timothy Gordon Ash ha scritto che in realtà quando in Inghilterra si è parlato e si parla di Europa non è mai sull’Europa che si discute ma sulla Gran Bretagna, la prima sempre avvertita come una minaccia. Al massimo – aggiunge – si pone il problema del rapporto fra la Gran Bretagna e l’Europa, mai quello della Gran Bretagna dentro l’Europa.

L’ideale dell’ integrazione europea aveva radici antiche in Inghilterra anche se a sostenerlo, sin dai primi anni ’30, era stato, oltre a un piccolo gruppo «fabiano», la destra e segnatamente Winston Churchill. Sempre con la riserva, peraltro non nascosta, che si trattava di una ipotesi da perseguire ma che non coinvolgeva il proprio paese, troppo importante e internazionalizzato, per via dell’Impero, da poter essere accomunato alle sorti dei piccoli stati continentali. Lo dice senza mezzi termini Hugh Dalton, capo della delegazione laburista all’Assemblea del Consiglio d’Europa: «Si capisce, l’esperienza della guerra, inclusa quella di essere occupati dal nemico, ha spezzato la schiena all’orgoglio nazionale di molte di queste nazioni e questo contribuisce a rendere popolare il mito federalista»2.

Per il Partito laburista si aggiunge, nella sua opposizione all’integrazione, il timore che, con la CECA, ogni ipotesi di nazionalizzazione delle miniere svanirebbe. Metterla in discussione avrebbe prodotto nel partito un terrremoto.

Quando, nel 1961, i conservatori tornano al governo, Mc Millan, nonostante il grosso del suo stesso partito sia contrario, riavvia i negoziati con la CEE, consapevole che il Regno unito non ha più lo status eccezionale del grande Impero, come invece continuano a ritenere i laburisti che nella orgogliosa dichiarazione dell’esecutivo del partito (Dichiarazione del NEC, National Executive Committee 29.9.62) affermano che il paese «può ancora camminare da solo». «Noi siamo il partito del Commonwealth», ripeterà ad ogni occasione con insistenza Gaitskell.

E del rapporto speciale con gli Stati Uniti: lo stesso leader della sinistra, Tony Benn, al momento ministro del governo Jenkins, si chiede in un discorso in parlamento cosa mai rappresenti per gli inglesi l’Europa rispetto all’America e se la relazione anglo-americana «non valga molto di più dell’ingresso in Europa».

In realtà sulla scelta si finirà poi per votare nella massima confusione di ambedue i partiti: contro la proposta bi-partisan si pronunciano infatti 34 deputati laburisti e 51 si astengono; 26 conservatori, un liberale e i nazionalisti scozzesi. Ma poco dopo De Gaulle pone nuovamente il veto, esponendo il governo Wilson, che ha condotto la trattativa, a una pessima figura. Giocano nel dibattito anche precisi interessi economici: con il Commonweaalth esistono rapporti commeriali privilegiati che non potrebbero essere conservati ove l’Inghilterra entrasse nella CEE. «Dobbiamo forse sacrificare l’accordo sullo zucchero con l’Australia?» si sostiene.

La questione si concluderà con un compromesso assai favorevole a Londra. Ma c’è la City, fortemente contraria, base e cervello di un capitale finanziario che trascende il paese e che deve la sua forza ad un invidiabile posto di «capo brocker» del proprio rivale, l’impero del dollaro.

Muterà parere quando, il 15 agosto 1971, improvvisamente gli Stati Uniti annunciano la fine della convertibilità del dollaro e tutto l’ordine monetario mondiale viene investito dalla tempesta. Trema anche il sub comandante, la City. Che, consapevole di non poter trovare nell’ambito nazionale una base adeguata alle sue operazioni, minacciata dalla crisi monetaria a livello internazionale, finisce per non aver migliore scelta che acconciarsi a trovare riparo nel disprezzato MEC, più piccolo del mondo ma almeno più grande dell’isola britannica.

È in questo quadro contraddittorio e nel mezzo di un passaggio storico decisivo per il Regno Unito, ma anche per il mondo, che il partito laburista si trova a dover scegliere. Nel partito lo scontro fra pro e contro sarà sanguinoso. La leadership del partito, che ha scelto di schierare il Labour contro l’ingresso nella Comunità, viene accusata di «aver abbandonato ogni tradizione di internazionalismo etico per sposare il più miope sciovinismo».

Il 28 ottobre, quando il primo ministro conservatore, Heath, porta alla House of Commons la proposta di ingresso, alle condizioni che ha negoziato, la minoranza laburista (circa il 30 % nel gruppo parlamentare, assai meno fra gli iscritti) rompe la disciplina di partito e vota a favore. Dimettendosi da tutte le cariche quando la sfida diventa ancora più ardua perché viene annunciato il referendum. La maggioranza del labour imbraccia la bandiera della nazione, dentro cui ci sono le conquiste democratiche e operaie, ma anche il colonialismo. Nella foga della polemica finiscono in effetti per prevalere le glorie della borghesia britannica, dalla vittoria inglese su Napoleone (l’odiato francese), che è però anche vittoria sulla rivoluzione dell’89, al riscatto del continente operato dalle forze armate anglosassoni nel ’43-44, e naturalmente al Commonwealth, presentato come una forma molto più decente di imperialismo. E si invoca persino la difesa delle salsicce e della birra britannica, minacciate da Bruxelles, su cui si arriva persino a presentare una petizione alla Regina.

C’è, è vero, nelle parole di Geitskell, un forte accento internazionalista, ma è difficile rintracciare una vera alternativa fra la CEE, accusata di «miope nazionalismo» e la Gran Bretagna, vocata per via della «sua storia intrinsecamente internazionale» (l’Impero?) ad un «universalismo generoso e morale», incontaminato dall’ «egoismo continentale».

La Gran Bretagna viene inoltre presentata come «meno capitalista dei paesi del continente», sicchè entrare nella CEE significherebbe perdere questo di più di socialismo. Ridicolizzato dagli avversari per questa sua affermazione, Clements, il direttore di Tribune, la storica rivista laburista, si giustifica affermando di non aver detto che il Regno Unito è già neutrale e socialista ma solo che lo è potenzialmente.» Se blocchiamo l’ingresso nella CEE – dice – «la Gran Bretagna si troverà ad affrontare problemi che quasi certamente avranno una risposta socialista».

Il disprezzo per il continente è sempre più acuto, diffuso senso comune. E alla annuale Conferenza del Labour, nel settembre ’71, Clive (non Roy) Jenkins si chiede enfaticamene: dobbiamo forse unirci con paesi instabili come la Francia, «prossima alla guerra civile» e «l’Italia, in preda all’anarchia» (l’allusione è al ’68 e alle lotte operaie che ne seguirono)? Al Congresso del più potente dei sindacati, la Transport and Generale Workers Union, a votare per il MEC sono solo 4 delegati su 900.

In Gran Bretagna le conquiste operaie sono state in effetti le più avanzate del mondo, il welfare inglese non ha uguali. Si tratta di conquiste strappate nel quadro dello stato nazionale e il Labour avverte che il declino dello stato nazionale rappresenta anche il declino del partito. Non è solo cultura «passatista», anacronismo: perchè è vero che nel nuovo contesto il Labour non riuscirà più a strappare niente. Quanto difendevano non era la «nazione», ma una sovranità, intesa come potere della politica di controllare il mercato, che nella CEE si sarebbe perso. Westminster non era il meglio, ma Bruxelles appariva anche peggio. Quanto il grande leader della sinistra laburista, Aneurin Bevan, aveva detto, già nel ’57, al momento della firma dei Trattati di Roma, appariva ancora più che valido: «In assenza di una sovranità più vasta, ogni ipotesi di mercato comune significa offrire al mercato lo status di cui oggi godono i parlamenti europei». È a questo punto che i socialisti diventano sospettosi di cosa si intende fare. Non a caso al rifiuto della CEE partecipano i massimi intellettuali del paese: gli economisti Michael Barrat Brown e Nichi Kaldor, lo storico Edward Thompson, Raymond Wilson, il direttore della Bertrand Russell Foundation Ken Coates, e molti altri.

La battaglia anti-MEC viene perduta, sia pure per pochi voti parlamentari. Ma non contento il partito labursita si getta nella più assurda delle avventure: il referendum che dovrebbe decidere di uscire dalla Comunmità solo poco dopo esservi entrati. Ma più che la convinzione, giacchè l’opinione pubblica inglese rimane sostanzialmente antieuropea, può il fastidio che la gente ormai prova per un dibattito che si trascina da così tanto tempo e sopratutto per le giravolte del partito laburista. Così la sconfitta che il più forte partito socialista europeo ha subito ai Commons si raddoppia nella società.

 

estratto da L. Castellina MANUALE ANTIRETORICO DELL’UNIONE EUROPEA

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