La cultura del contagio e una stanza tutta per sé Simona Bonsignori

mar 15th, 2020 | Categoria: Editoriale, Main, Primo Piano

Dalla paura dell’untore alla psicosi del contagio; dall’assalto ai forni al caso giudiziario della Storia della Colonna infame. Sembra la cronaca di queste giornate invece è il libro italiano più letto, pubblicato nel 1827: I promessi sposi, il celebre romanzo storico di Alessandro Manzoni, da sempre studiato nelle nostre scuole e citatissimo in questa emergenza virale del 2020 perché narra degli umili e della grande Peste che si abbatté sulla Lombardia e sui territori limitrofi nel 1630.

Si dice che i libri cambino la vita. Che cambiano il Paese addirittura. Che c’è un nesso tra lettura e sviluppo economico e sociale: il nord legge più del sud, le donne leggono più degli uomini, i piccoli più dei grandi (ma anche i piccoli crescono), che l’ecatombe delle librerie indipendenti fa perdere lettori, e l’indifferenza della scuola anche, che le scuole di scrittura proliferano ma che i lettori diminuiscono.

Così da noi solo il 24,8% capisce ciò che legge, se legge (la media è meno di 1 libro l’anno), con buona pace della comprensione della realtà. Gli editori invece aumentano: sono quasi 5.000 (compreso chi pubblica 1 libro l’anno), e producono 78.875 novità. Gli shop on line hanno solo difetti tranne uno: mettere chiunque in condizione di acquistare a poco prezzo ovunque si trovi; se pensiamo alla provincia, le librerie lì sono merce rara già da un pezzo. Perché dovremmo leggere? Nessuno sembra interessato a leggere l’altro. Eppure chi legge pensa.

Cosa combina, in questo mercato già disastrato, il Covid-19? Ecco dei numeri significativi (la differenza tra prima e dopo il 22 febbraio 2020): Amazon perde il 12,5% e le librerie fisiche che hanno iniziato con il 35,6, ormai che sono chiuse perdono il 100%. Il sud purtroppo pesa il 5% sul nazionale. Detta in un altro modo, oggi rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, si sono perse 41 mila copie a settimana finché si è rimasti aperti. Quindi no, non sembrerebbe che i libri cambiano la vita mentre questa senz’altro cambia la disponibilità delle persone a essere lettori, e lettrici naturalmente. In tempi di crisi tutti risparmiano, tranne che nel cibo s’intende. E’ un istinto atavico la sopravvivenza della “pancia”. Così come il rancoroso attacco agli “assaltatori della stazione di Milano”, piuttosto che agli “stupidi” adolescenti della movida. Sembra l’Algeria di Camus al tempo de La Peste (un altro libro!). Era il 1947. Ci serve un capro espiatorio per arginare la nostra impotenza, ci insegna Pennac. Di solito è il nemico di sempre in verità: il giovane per il vecchio, la donna per l’uomo, il migrante per l’autoctono. Tutti portatori sani delle nostre paure. “Se avessero chiuso prima…”; “Se non fossero stati incoscienti”; “Se non avessero preso quel treno…”; “se restassero a casa loro…”. Nessuno che parta da se. Dell’empatia non sappiamo che farcene, è la garanzia della salvezza dalla colpa di esserci indeboliti da soli, quella che ci interessa. E’ la stessa logica dei respingimenti ai confini che ci fanno dormire tranquilli perché l’Europa è la nostra fortezza, e noi siamo dentro. La stessa che ci fa guardare storto ogni allarme femminista: troppe morte, troppo lavoro non pagato, troppo potere agli uomini. E il #Metoo, quello addirittura intollerabile, tacciato quello si come “caccia all’untore” (avete saputo della condanna di Weinstein?). Già e poi ci sono i giovani: quelli non capiscono mai.

Un importante editore italiano diceva che questo è un mestiere per ricchi: se intendeva nel senso che investi sempre e non guadagni mai, nel nostro caso è senz’altro vero. Ma 1.000 titoli fanno un catalogo. E una storia di cultura e resistenza alla quale non è facile rinunciare, questa è la verità: abbiamo iniziato a parlare di reddito di base nei primi anni ’90, indaghiamo i confini del lavoro delle donne, i troppi aspetti critici di questo disgraziato Mediterraneo, da 15 anni lavoriamo sugli inediti di Marcuse, litighiamo con Castellina sulla giusta lettura del 1969, senza mai dimenticarci che lei c’era. Riuscire a ripubblicare una fondamentale riflessione di Rossana Rossanda sul femminismo, e leggere le 20 tesi sul comunismo di Negri, discutere con Eric Salerno delle atrocità degli italiani in Libia per capire come mai oggi è così difficile fare un passo nella giusta direzione, imparare da Luisa Passerini a riconsiderare il mito del Don Giovanni, e custodire gli amici perduti, l’ultimo Benedetto Vecchi, e il loro prezioso lavoro.

Lanci bloccati, librerie chiuse, persino l’orrido Amazon che privilegia ormai la consegna di beni per la casa,  ci costringono alla resa. Esistiamo sui social con brani, video, piccole dirette. I prossimi appuntamenti saranno con le autrici de Lo Sciopero delle Donne e di Lavoratrici al margine, per parlare del lavoro di cura nella crisi e con Luigi Pandolfi sul suo attualissimo La Metamorfosi del denaro. E’ anche previsto il lancio in e-book e audiolibro dei tascabili INbreve. Ma, a noi soprattutto, questo crash down mondiale impone di utilizzare il tempo sospeso per riconciliare la nostra produzione con un cambio di paradigma.

Questo siamo noi, il nostro catalogo, le vite che ci spendiamo ogni giorno. Non lo so se leggere cambia qualcuno, di sicuro non saremmo noi se smettessimo di pubblicare. In questo momento, allora, teniamoci abbracciati ai nostri libri preferiti, rendiamo virali le nostre letture. E’ giunto il momento di approfittare della cultura del contagio e di questa stanza tutta per sé.

Eravamo giovanieravamo avventati, arroganti, stupidi, testardi. E avevamo ragione! Non rimpiango niente. Abbie Hoffman

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