Il paradosso dell’editore indipendente

mag 7th, 2014 | Categoria: Primo Piano

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Partiamo da un esperimento mentale: astrarre dalla realtà attuale dell’editoria e delimitare un possibile luogo della prassi editoriale che si disponga in certo modo inutilmente rispetto al mercato. Questo luogo e questa posizione sono segnati da confini che operano come funzioni di una realtà virtuale oltre che come frontiere concettuali. Ciò significa che l’esperimento che conduciamo è estraneo all’attualità editoriale, rimanendo però interno al suo presente.
In questa posizione cerchiamo di ricostruire una sperimentazione che gode di una particolare proprietà: esterno allo spazio onnicomprensivo del mercato fa parte di esso, in uno strato possibile, in un luogo liminare in cui valore d’uso e valore di scambio trapassano l’uno nell’altro, conservando ciascuno la propria natura.
In questo esperimento qualsiasi testo prodotto, qualsiasi libro confezionato, qualsiasi merce editoriale vendibile, pur appartenendo a quelli che erano chiamati “beni consumabili”, mantengono la loro qualità di “beni fungibili”.
Senza anticipare qualcosa che rimane oggi impensato, malgrado il “disagio della civiltà” mercantile abbia superato la soglia di sopportazione, essendo a tutti gli effetti disagio per una civiltà della speculazione dei e sui beni, stiamo descrivendo un progetto editoriale distopico sia rispetto ai luoghi di circolazione e consumo librario, sia rispetto alle fasi della sua produzione. Questo luogo, questo esperimento, indicano una possibilità di inversione del circuito editoriale, in cui il consumo di sapere e la stratificazione di conoscenza non pregiudicano l’uso del libro, la sua condivisione, il suo passaggio di regime culturale e sociale; anzi, ne amplificano il carattere di bene fungibile in quanto non corruttibile.
D’altra parte solo estranedo dalla realtà attuale un certo numero di funzioni inerenti alle dinamiche economiche, alla produzione di sapere formalizzato e all’attività dei soggetti che trafficano con il sapere, è visibile quel “laboratorio segreto” della produzione capitalistica di beni, alle spalle delle merci editoriali, in cui si genera la trasformazione del testo da valore d’uso a valore scambiabile.
Proviamo a indicare tre funzioni che circoscrivono il “settore” editoriale e che operano attivamente per la sua riproduzione: una funzione mercantile, una funzione culturale, una funzione che potremmo chiamare di espressione di soggettività.
Funzione mercantile: isolandola, risultano visibili i gangli del mercato editoriale: un rapporto di inclusione viene mantenuto in una gerarchia basata sulla circolarità identitaria tra ciò che si pubblica e ciò che si vende: Si pubblica ciò che vende ma vende solo ciò che si pubblica. Esiste oggi una produzione non originaria di manufatti editoriali, cioè non determinata in primo luogo da una domanda di “beni culturali”, ma da un rapporto mediale, una realtà di mediazione, laddove il senso del libro, l’essere testo del libro, si dispone in una scambiabilità alimentata dalla novità. In questa funzione risulta sintetizzato lo “spirito” del capitalismo nelle forme attuali: si tratta di cancellare l’episodio storico del testo, dissolvere i caratteri mobili della Bibbia di Guttemberg e, come Debord aveva dimostrato, sostituire quella singolarità con l’immane produzione di spettacolo.
Funzione culturale: c’è cultura quando c’è consumo, al contrario dell’epoca classica, ove la struttura del consumo era determinata da una certa produzione culturale: dal medio-evo alla fine del XVII secolo dai chierici, da artisti e intellettuali, dai filosofi. Alla metà del XVIII secolo nascono la pubblica opinione, una sfera pubblica politica, i caffè e le gazzette, e il rapporto tra consumo di scienza e produzione di cultura si inverte. L’editoria diviene un fatto pubblico, di massa, e il consumo determina la produzione di informazioni: diari di viaggio, esotismo, pubblicistica libertina.
Espressione di soggettività: c’è testo laddove c’è il profilo di un autore, cui concorre e che si muta in quello del singolo lettore. L’autore, finora onnisciente, totalizza il sapere, lo traduce in cultura, lo sintetizza in un’dentità, mettendo in pratica il dettato di Hegel della scienza non come Sostanza ma come Soggetto. Da una soglia di apparizione l’autore dirige un regime di verità, localizza e “lavora” un orizzonte simbolico. Ciò comporta da sempre una dinamica di esclusione: altri testi, altri saperi si marginalizzano, confliggono con i poteri, assumono la contro-partita del conoscere che si oppone alla logica del dominio. C’è dunque un’editoria governativa, anche se non prodotta direttamente dai governi ma dall’insieme dei media, che corre parallela agli archivi di polizia, alle cartelle cliniche, alle statistiche sulla disoccupazione. Tramiti di questa doppia linera operativa, della letteratura dei poteri e dei testi che vi si riferiscono come effetti governamentali, sono la scuola e in genere la formazione: oggi più che mai apparati disciplinare per produrre autori (tramite merito, eccellenza, valutazione degli apprendimenti).
Individui ego-centrati sono destinati alla competizione nella cosiddetta “(auto)impresa immateriale”, cioè al precariato a vita, in un mercato distrutto, privato di garanzie che la rappresentanza del lavoro nell’ultima modermità ha evitato di tutelare. Ai processi scolastici di costruzione di un’identità di “autore” come produttore, a prescindere dal futuro destino di scrittore/trice, non resiste più alcuna pratica letteraria, o genericamente culturale. Basta chiedere in una classe, chi erano Sterne, Joyce, Lautreamont, Valery, Bataille, Artaud, Roussell, per non parlare di artisti e filosofi…
Dall’analisi di queste funzioni possiamo trarre un’indicazione utile per nominare una pratica, un esercizio, a partire dalla virtualità dell’esperimento. Osserviamo infatti che le funzioni descritte, se considerate con metodo archeologico, indicano una stratificazione dei rapporti tra saperi, poteri e soggettività, tale per cui sia la funzione mercantile che quella culturale ed espressiva, diversamente che agli inizi della modernità, e tuttavia all’interno della sua curva epocale, risultano essere esito di un divenire: non osserviamo più concrezioni paradigmatiche che distinguono campi del sapere, e notiamo d’altra parte come gli specialismi rappresentino sempre più sè stessi, al di qua della mediazione tra essere e agire, pensiero e prassi, organizzazione ed evento. Sono cioè astrazioni reali, realtà sensibilmente sovrasensibili come il denaro, la forza-lavoro, il lavoro industriale, la cooperazione produttiva; come la sovranità politica, il sapere accademico, le preferenze del lettore. E ancora, come i generi della critica, i best-sellers, le pagine “cultura” dei giornali, i talk-show, i blog.
Astrazioni reali della produzione libraria sono anche le configurazioni narrative, i regimi discorsivi che divengono testi, saggi, articoli e i segni in cui un testo è preso, inscritto, dislocato. Astrazione reale è la scrittura, nel momento in cui un libro la istituzionalizza. L’editore infatti, che rende cultura per un sapere, realizza un’operazione di concreta astrazione che non lascia intatti i saperi, mutandone forma e funzione.
La questione allora non è tanto sapere quanto “pensiero critico” o quanta prassi militante, o quale dose di indipendenza può accumulare un’iniziativa editoriale; non si tratta ad esempio di opporre il “no copyright” alla proprietà letteraria, ma di problematizzare il copyright come diritto pubblico di accesso ai saperi. Si tratta di chiedersi se e a quali condizioni un sistema editoriale può intraprendere un cammino retrogado, un percorso inverso, dalle forme di cultura alla stratificazioni di sapere che ha adoperato; dalle modalità di circolazione del libro alle modalità di intervento nel circuito della conoscenza; dalle sponsorizzazioni accademiche al tipo di effetti che potrebbe avere nelle istituzioni della formazione, o nei luoghi di esibizione, come negli spazi pubblicitari in cui si materializza, ove trova consensi e innesca relazioni.

In forma abbreviata la questione è se è possibile un “testo”, una rete condivisa di saperi, di insegnamenti, di pratiche di apprendimento, che riepiloghino le trasformazioni degli enunciati in saperi e dei saperi in eventi di conoscenza, ricostruendone la storia, togliendo con ciò spazio alla cultura e al suo insieme gerarchico e censorio, spendibile e consumabile, agibile e a portata di mano.

Dunque, sembra che astrarre dalla realtà unica del mercato possa significare:
1) produrre non comunicazione
2) connettere critica e riflessione
3) selezionare in base ad una soggettività non autoriale.
4) rinunciare ai ricavi determinati dai diritti di proprietà di un testo.
Ciò d’altra parte esclude il poter “stare” sul mercato in una dialettica negativa o alternativa. Esclude il poter fare l’editore militante last-minute.
Come si vede, da questo esperimento risulta un paradosso, che sembra tuttavia l’unico luogo in cui immaginarlo, cioè realizzarlo come effetto di questa configurazione: l’editore come produttore di pensiero critico. Ma come fare sottraendo da sé stessi il proprio spazio? Verrebbe da seguire l’indicazione sul destino delle opere umane che in filigrana Walter Benjamin ha indicato: fare “come non”, in prospettiva messianica, in cui solo consistono il tempo e la terra dell’editoria e non solo. Pensare e attendere la “notte salva” che realizza gli esseri umani, in cui essi divengono ciò che sono, animali senza impiego in una mondanità pura.
Sarebbe necessario produrre in un luogo vuoto in cui la critica è criterio di relazione tra prassi e teoria, etica ed estetica dell’esistenza. In secondo luogo si dovrebbe editare a partire da un distacco dal mondo, che consente al testo di attingere la sua positività. Inoltre selezionare tra i possibili autori, oggi pressochè identici ai consumatori di merci scritte in un’identità reversibile in cui il mercato attua la legge del profitto, gli irregolari, i non autori, gli eterodossi, gli elitari, la cui opera è meno utile alla diffusione che all’estrazione di archivi.
Dal paradosso dell’editore prende forma una certa idea di editorìa che, praticando la critica come eredità, si sottrae al potere del mercato editoriale. Tramite la riproduzione e la traduzione di sapere istituzionale nega la cultura e la comunicazione; con la selezione di soggetti non d’autore nega l’impegno militante e con ciò ogni possibilità di resistenza.
Questi accenti delineano un profilo di editore incondizionato poiché senza mercato, senza spazio culturale proprio e dei lettori, senza alternative di potere rispetto ai poteri politici e dei media. E’ possibile un tale editore, tanto più se militante? No, ma possiamo sempre parlarne.

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