Father and Son di Hirokazu Kore-Eda

giu 27th, 2014 | Categoria: immagini di sogno

immdi Giulio Manfredi

Father and Son (Soshite Chichi Ni Naru è il titolo originale), arrivato in Italia solo di recente, è il film vincitore del premio della giuria a Cannes 2013 ed è al momento l’ultima opera del nipponico Hirokazu Kore-Eda, regista di spicco nel panorama dei festival europei che si era già fatto conoscere da noi con il premio per la miglior regia a Venezia ’95 per Maboroshi No Hikari.

In questo nuovo lungometraggio, in cui sono presenti anche venature autobiografiche, come riportato in diverse interviste, Kore-Eda prosegue il suo personale percorso nel genere del dramma familiare – tipico del cinema giapponese, a partire da Ozu, il cui stile è ricordato in alcune inquadrature – allargandone però la portata.

Protagoniste del film sono due famiglie, di diversa estrazione sociale, messe di fronte allo stesso drammatico fatto: a causa di un crudele scherzo del destino, da ormai sei anni, per via di uno scambio di culle, crescono l’una il figlio dell’altra. Nel corso del film, che copre un arco temporale di svariati mesi, viene mostrato lo svolgersi delle vicende dei due diversi nuclei familiari, delle loro azioni e dei loro rapporti fino al giorno della scelta: tenere il bambino che hanno cresciuto per sei anni o riprendersi il proprio figlio biologico.

Nonostante la palese influenza che la differenza di classe esercita sulla personalità e sul comportamento dei genitori (gli uni borghesi, gli altri proletari), l’incontro fra le due famiglie è occasione per Kore-Eda per riflettere non tanto sui contrasti derivanti dalla diversa estrazione sociale delle due famiglie, quanto sulle distinte scelte di vita dei protagonisti e delle loro conseguenze. Benché sia presente una certa stilizzazione del carattere dei padri (uno può venir definito un “vincente” e l’altro un “perdente”), sono le scelte personali a determinare i diversi stili di vita e visioni del mondo, che si ripercuotono poi sul loro rapporto con i figli. Da un lato un proprietario di un piccolo negozio di materiale elettronico, sempre pronto a lasciare sullo sfondo il lavoro potendo così dedicare più tempo alla famiglia –  dall’altro un ambizioso architetto, che, spesso confinato nel proprio ufficio per l’intera giornata, preferisce delegare l’educazione del figlio a rigidi schemi e orari (l’ora dello studio, l’ora del pianoforte etc.).

Il film non assume toni manichei ma, evitando giudizi arbitrari o prese di posizione semplicistiche, spinge lo spettatore ad osservare i fatti e contemporaneamente ad interiorizzare i problemi e I dubbi proposti. Dubbi che riguardano la gerarchia dei valori familiari e la ricerca di legami alternativi e forse più importanti e profondi della “discendenza di sangue” (problema molto sentito in Giappone) nel rapporto tra padre e figlio.

Dal punto di vista registico, con stile sempre sobrio ed elegante, particolarmente riusciti sono i momenti in cui, in modo quasi documentaristico, si entra nelle due diverse case e si riescono a cogliere momenti significativi, come una preghiera davanti all’altare degli avi, una cena, o una nottata trascorsa sotto le stelle. Momenti intimi e privati, in cui talvolta si intersecano e talvolta si scontrano le diverse idee e punti di vista, che costruiscono la vita pratica e quotidiana dei due nuclei famigliari e sembrano portare a una soluzione del “dramma”.

Il film ruota intorno all’assenza di un legame empatico tra il padre architetto e il figlio, che condurrà a scelte dolorose e inutili. I sentimenti dei bambini vengono di volta in volta ignorati e poi piegati alla volontà di un genitore sempre convinto di scegliere per il bene ma  incapace di vere emozioni, freddo e calcolatore, incapace di costruire un solido legame affettivo.

Questo meccani(ci)smo apatico sarà disinnescato nel finale grazie a delle fotografie; elemento ricorrente all’interno del film, queste assumono diversi significati: in alcuni casi esse sono ricordi di (rari) idilliaci momenti trascorsi insieme, più spesso si configurano come mezzo per una raprresentazione “ideale”e quindi impostata secondo rigidi dettami e regole, della famiglia, gettando un’ombra di artificiosità sugli stessi rapporti familiari. Nel finale saranno però proprio  alcune fotografie a far incontrare, in una sorta di epifania, nuovamente (o forse per la prima volta) padre e figlio.

Condividi:
facebooktwitterfacebooktwitter

Seguici su:
facebooktwitteryoutubefacebooktwitteryoutube

I commenti sono chiusi

transfer services from civitavecchia onoranze funebri roma