Città invisibile

mag 7th, 2014 | Categoria: Città invisibile
di Massimo Ilardi
Dalla città dei non luoghi di Marc Augé, una teoria determinante per leggere la trasformazione della città della produzione nella metropoli del consumo e della mobilità totale, al tramonto della stessa città e dei suoi non luoghi che hanno lasciato il posto alle gated community e agli spazi pubblici perennemente sorvegliati.
Dalla paranoia delle città invisibili di Italo Calvino, che sono servite solo a nascondere lo sviluppo reale della città postmoderna dietro una ricerca ossessiva di modi in cui mapparla e di parametri mentali fissi e minuziosi con cui interpretarla, alla sconvolgente e caotica realtà degli slum e delle favelas descritti da Mike Davis.
Dalla presunta passività dell’individuo consumatore di Zygmunt Bauman che lo definisce in maniera grottesca uno strumento docile e sciocco in mano al mercato che lo manipolerebbe a suo compiacimento, alle rivolte metropolitane del nuovo secolo che hanno visto proprio questo individuo al centro di quelle rivolte.
Alla fine di questi tragitti si chiude un ciclo di riflessioni e di scoperte sulla metropoli contemporanea iniziato circa trent’anni fa. Ma già da alcuni anni i percorsi si erano fatti accidentati e molte categorie del pensiero formatesi all’epoca della trasformazione della città del Moderno non collimavano più con le esperienze che stavano ridisegnando il territorio metropolitano.
La domanda a questo punto è: per ricostruire un pensiero critico sulla città, sui suoi spazi pubblici, sulla rivoluzione territoriale innescata dalla nascita della società del consumo, sul suo governo in mano al mercato che ha messo in crisi prima e subordinato poi alle sue regole l’agire politico, dove si situa oggi il fondamento della ricerca? Nel mondo della tecnica e della forma come sembra spingere la nuova economia? Oppure nella riproposizione della ‘città di pietra’ con i suoi ‘luoghi’, quelli politici della rappresentanza e dell’interesse generale, quelli etici della responsabilità e della memoria, quelli istituzionali della legge e del cittadinanza? O, infine, nella necessità di correre il rischio di un’avventura teorica per dislocare la ricerca su altri terreni che spingano a riconoscere il presente come unica realtà e a rifiutare finalmente quel ‘dover essere’ che rimane l’eterno sconfitto della storia? Questa, secondo me, è senza dubbio la direzione da prendere.
Quello che occorre allora è un pensiero che prenda posizione, che si faccia parte per stravolgere ogni discorso o visione generici che non si vogliono incarnare nel mondo e che alla fine sfociano nella credenza che sia sufficiente la proposta di universali etici e umani per fronteggiare la irriducibilità dell’anarchia e del disordine metropolitano. Ogni progetto di trasformazione e di cambiamento non può che partire da questa consapevolezza. Se nella modernità lo spazio aveva una sola dimensione perché la città era strutturata come macchina funzionale ai modi di produzione industriale che aveva nella fabbrica il suo luogo centrale di identificazione culturale, sociale e politica; ora invece lo spazio è un campo aperto dove si intersecano forze, conflitti, poteri, nuove relazioni. La metropoli riproduce i percorsi dei vari comportamenti innescati dal consumo e diventa la forma compiuta della contemporaneità. Si può dire con Carl Schmitt che “il mondo non è più nello spazio, ma lo spazio è invece nel mondo” ma si frantuma in territori, strutturati e destrutturati dalla contingenza, dal disordine, dalla violenza che un agire consumistico che non vuole regole e una domanda di libertà materiale che non vuole impedimenti e responsabilità proiettano direttamente sul territorio stesso. Se lo spazio è un’idea, un’immagine, un’astrazione determinata dalla volontà di potenza dell’economia di mercato, il territorio è invece una pratica creata dalla esclusione, dal controllo, dal rischio. Per capire bisogna partire dalle forme del conflitto che lo attraversano e che ci dicono che siamo di nuovo davanti a un ritorno dei luoghi: non quelli, per intenderci, costruiti dalla tradizione, da una memoria condivisa, dalla Storia. Ma quelli edificati e blindati dalla ricerca di sicurezza e gli altri disegnati da una richiesta di libertà che non è mai generica ma che risponde sempre alle domande quando essere liberi, dove essere liberi, chi vuole essere libero. Di fronte alla crisi e alla sconfitta dei valori che proiettavano nel cielo della metafisica e a un futuro indeterminato la soddisfazione dei desideri, siamo ora davanti a una territorializzazione dei desideri stessi,  motori imprescindibile di una società del consumo, che è fatta di immediatezza e non conosce dialettica o mediazione culturale. Questo è oggi il politico metropolitano, e cioè il riflesso tormentato e caotico di particolarismi in lotta tra loro, che la politica ha il destino di governare. Le rivolte metropolitane nascono proprio da qui: dalla impossibilità di far coincidere l’infinità capacità del desiderio ad espandersi liberamente con le scarse possibilità di esaudirlo e soprattutto di governarlo. La cultura del consumo si affermerebbe così contro la dimensione economica e potrebbe diventare un grimaldello per scardinare l’ordine e le regole del mercato: è questa un’ipotesi che non andrebbe solo esposta  e sistemata dalla ricerca teorica ma fatta nascere nell’ambito della pratica politica.

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Dalla città dei non luoghi di Marc Augé, una teoria determinante per leggere la trasformazione della città della produzione nella metropoli del consumo e della mobilità totale, al tramonto della stessa città e dei suoi non luoghi che hanno lasciato il posto alle gated community e agli spazi pubblici perennemente sorvegliati.

Dalla paranoia delle città invisibili di Italo Calvino, che sono servite solo a nascondere lo sviluppo reale della città postmoderna dietro una ricerca ossessiva di modi in cui mapparla e di parametri mentali fissi e minuziosi con cui interpretarla, alla sconvolgente e caotica realtà degli slum e delle favelas descritti da Mike Davis.

Dalla presunta passività dell’individuo consumatore di Zygmunt Bauman che lo definisce in maniera grottesca uno strumento docile e sciocco in mano al mercato che lo manipolerebbe a suo compiacimento, alle rivolte metropolitane del nuovo secolo che hanno visto proprio questo individuo al centro di quelle rivolte.

Alla fine di questi tragitti si chiude un ciclo di riflessioni e di scoperte sulla metropoli contemporanea iniziato circa trent’anni fa. Ma già da alcuni anni i percorsi si erano fatti accidentati e molte categorie del pensiero formatesi all’epoca della trasformazione della città del Moderno non collimavano più con le esperienze che stavano ridisegnando il territorio metropolitano.

La domanda a questo punto è: per ricostruire un pensiero critico sulla città, sui suoi spazi pubblici, sulla rivoluzione territoriale innescata dalla nascita della società del consumo, sul suo governo in mano al mercato che ha messo in crisi prima e subordinato poi alle sue regole l’agire politico, dove si situa oggi il fondamento della ricerca? Nel mondo della tecnica e della forma come sembra spingere la nuova economia? Oppure nella riproposizione della ‘città di pietra’ con i suoi ‘luoghi’, quelli politici della rappresentanza e dell’interesse generale, quelli etici della responsabilità e della memoria, quelli istituzionali della legge e del cittadinanza? O, infine, nella necessità di correre il rischio di un’avventura teorica per dislocare la ricerca su altri terreni che spingano a riconoscere il presente come unica realtà e a rifiutare finalmente quel ‘dover essere’ che rimane l’eterno sconfitto della storia? Questa, secondo me, è senza dubbio la direzione da prendere.

Quello che occorre allora è un pensiero che prenda posizione, che si faccia parte per stravolgere ogni discorso o visione generici che non si vogliono incarnare nel mondo e che alla fine sfociano nella credenza che sia sufficiente la proposta di universali etici e umani per fronteggiare la irriducibilità dell’anarchia e del disordine metropolitano. Ogni progetto di trasformazione e di cambiamento non può che partire da questa consapevolezza. Se nella modernità lo spazio aveva una sola dimensione perché la città era strutturata come macchina funzionale ai modi di produzione industriale che aveva nella fabbrica il suo luogo centrale di identificazione culturale, sociale e politica; ora invece lo spazio è un campo aperto dove si intersecano forze, conflitti, poteri, nuove relazioni. La metropoli riproduce i percorsi dei vari comportamenti innescati dal consumo e diventa la forma compiuta della contemporaneità. Si può dire con Carl Schmitt che “il mondo non è più nello spazio, ma lo spazio è invece nel mondo” ma si frantuma in territori, strutturati e destrutturati dalla contingenza, dal disordine, dalla violenza che un agire consumistico che non vuole regole e una domanda di libertà materiale che non vuole impedimenti e responsabilità proiettano direttamente sul territorio stesso. Se lo spazio è un’idea, un’immagine, un’astrazione determinata dalla volontà di potenza dell’economia di mercato, il territorio è invece una pratica creata dalla esclusione, dal controllo, dal rischio. Per capire bisogna partire dalle forme del conflitto che lo attraversano e che ci dicono che siamo di nuovo davanti a un ritorno dei luoghi: non quelli, per intenderci, costruiti dalla tradizione, da una memoria condivisa, dalla Storia. Ma quelli edificati e blindati dalla ricerca di sicurezza e gli altri disegnati da una richiesta di libertà che non è mai generica ma che risponde sempre alle domande quando essere liberi, dove essere liberi, chi vuole essere libero. Di fronte alla crisi e alla sconfitta dei valori che proiettavano nel cielo della metafisica e a un futuro indeterminato la soddisfazione dei desideri, siamo ora davanti a una territorializzazione dei desideri stessi,  motori imprescindibile di una società del consumo, che è fatta di immediatezza e non conosce dialettica o mediazione culturale. Questo è oggi il politico metropolitano, e cioè il riflesso tormentato e caotico di particolarismi in lotta tra loro, che la politica ha il destino di governare. Le rivolte metropolitane nascono proprio da qui: dalla impossibilità di far coincidere l’infinità capacità del desiderio ad espandersi liberamente con le scarse possibilità di esaudirlo e soprattutto di governarlo. La cultura del consumo si affermerebbe così contro la dimensione economica e potrebbe diventare un grimaldello per scardinare l’ordine e le regole del mercato: è questa un’ipotesi che non andrebbe solo esposta  e sistemata dalla ricerca teorica ma fatta nascere nell’ambito della pratica politica.

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