Brasile Mundial: polveriera o laboratorio sociale?

giu 16th, 2014 | Categoria: Primo Piano, Società narrata

stadio brasile

FIFA go Home!

Una società in ebollizione, questo il Brasile che si presenta al mondiale di calcio. I dodici megastadi che sono comparsi nelle principali città[1] e di cui due a detta degli amici brasiliani potevano essere risparmiati (alla FIFA, la federazione internazionale del calcio, ne sarebbero bastati dieci), hanno fatto montare un malessere sociale che neanche la passione viscerale per il gioco del pallone e l’orgoglio di ospitare per la seconda volta una Coppa del Mondo (la prima fu nel 1950 reso celebre dall’incredibile sconfitta del Brasile contro l’Uruguay che provocò la rovina di molta gente e perfino dei suicidi con la proclamazione del lutto nazionale) sono riusciti a sedare. Una forte tensione accompagna l’evento e gli slogan “FIFA go Home!”, “Fuck the Cup!” “Não vai ter Copa” gridati alle ultime manifestazioni di maggio 2014 rivelano lo stato d’animo che aleggia nell’aria. Ad essere messe sotto accusa sono le politiche adottate dal governo federale per organizzare i giochi che oltre ad aver fatto uscire dalle casse ingenti somme di denaro pubblico lievitate fino al 300% a causa dei ritardi e delle buste in nero, hanno anche alzato il livello dei conflitti sociali. Dopo le proteste contro l’aumento del biglietto dei trasporti pubblici, è adesso il caso degli abitanti delle favelas che non vogliono essere mandati via dalle loro case per fare spazio ai servizi che dovranno sorgere intorno agli stadi. Ne è nato un braccio di ferro con le UPP, le cosiddette Unità di Polizia della Pacificazione mandate nelle favelas qualche anno fa per combattere i narcotrafficanti e poi incaricate di intervenire per sgombrare le case, che hanno scatenato proteste sfociate in guerriglie urbane con molti feriti e anche alcuni morti[2]. La promessa di una casa migliore con cui il governo si è presentato agli abitanti delle favelas e che fa leva sul programma di abitazioni sociali “Minha Casa Minha Vida” è stata nei fatti la legittimazione di un atto di forza contro cui gli abitanti selezionati – spesso i più poveri – hanno opposto resistenza per non essere sradicati dalle loro comunità e trasferiti in zone della città ancora più lontane e più isolate dal centro. Il bollettino degli scontri tra le UPP e gli abitanti delle favelas è lungo e riporta episodi di violazione dei diritti che sono stati denunciati anche dagli organi di Amnesty International Brasile: le forze armate sono impreparate a interagire con la società civile e in molti temono che la violenza della polizia “di pace” si sostituisca a quella delle bande criminali.

Il prezzo della Coppa si profila molto alto e non solo per gli 11 miliardi di dollari spesi per la ristrutturazione dei vecchi impianti e la costruzione di nuovi, ma anche, e soprattutto, per il clima sociale che ha creato. Nonostante il governo e la presidente Dilma Roussef continuino a ripetere che i lavori sono stati portati avanti nella maggioranza dei casi da partenariati pubblico-privati con investimenti esteri e che una volta finito il mondiale, al Brasile rimarranno città dotate di più infrastrutture e più servizi, la percezione è che il costo dei giochi graverà sul conto dello stato sociale e che a risentirne saranno soprattutto i meno abbienti – i senza terra, i senza casa, gli abitanti delle favelas, la gente di colore, i lavoratori più umili. Stanno riaffiorando le vecchie ferite delle differenze sociali e etniche e il murale dell’artista di strada Paulo Ito comparso sul muro di una scuola di San Paolo che ritrae un magrissimo bambino di colore che piange disperato perché nel suo piatto c’è un pallone da calcio e niente cibo, racconta bene il sentimento che accompagna il mondiale di calcio 2014.

Il Brasile, paese dei BRICS, economia in ascesa che durante il governo del presidente operaio Lula aveva cominciato a fare la redistribuzione del reddito riducendo le diseguaglianze sociali e aprendo lo spiraglio di un miglioramento delle condizioni di vita dell’intera popolazione brasiliana, sembra aver innestato un’altra marcia, quella di una politica neoliberista che antepone gli interessi dell’economia globale ai programmi di sviluppo sociale e questo alla gente proprio non va. Nonostante i brasiliani siano abituati a stringere la cinghia e a convivere con un’economia che alterna ai periodi delle vacche grasse lunghi periodi di vacche magre, questa volta che in gioco ci sono la salvaguardia dello stato sociale e la difesa dei diritti di cittadinanza, non sembra esserci la disponibilità di sempre.

Costi e benefici dei mondiali di calcio e altri giochi

Non sarebbe la prima volta che dei mondiali di calcio innescano un processo di erosione degli equilibri economici e sociali di un paese. L’effetto boomerang che questo tipo di eventi di scala internazionale possono procurare è già emerso nelle ultime edizioni. Alcuni dei paesi che prima del Brasile hanno ospitato la Coppa del Mondo, una volta spente le luci, si sono trovati a fare i conti con bilanci in rosso che hanno richiesto sacrifici e pesanti tagli alla spesa pubblica per risanare le casse dello stato. Così è avvenuto in Sudafrica, altro paese dei BRICS, che nonostante un’organizzazione impeccabile e una reale infrastrutturazione delle città dei mondiali (aeroporti radicalmente trasformati, nuove strade, moderni alberghi e centri commerciali) si è ritrovato con una situazione di povertà e degrado immutati. I benefici che Nelson Mandela, promotore dei giochi, contava di ottenere in termini di investimenti e posti di lavoro per migliorare la condizione economica dei sudafricani e ridurre le diseguaglianze sociali non sono stati così evidenti e nelle città mondiali di “Sudafrica 2010” intorno agli stadi scintillanti, agli hotel cinque stelle, ai centri commerciali sono continuati a crescere e prosperare gli slums.

I mondiali di calcio, come le olimpiadi, sono la cartina di tornasole dei pericoli di una movimentazione in tempi brevi di ingenti somme di denaro e di affari, che si mostrano più acuti quando alle spalle c’è un’economia fragile o non ancora consolidata e senza un equilibrio sociale. Basti pensare alla Grecia dove una parte del debito che ha portato il paese al default è stato dovuto al vuoto economico lasciato dalle olimpiadi di Atene del 2004. Ora, pur senza essere neanche lontanamente un “caso greco”, anche in Brasile si avverte il rischio di un deterioramento dei conti pubblici. Secondo dei recenti dati dell’Ocse, il tasso di crescita del Brasile è sceso tra il 2011 e il 2013 al di sotto del 2% e l’inflazione rimane tra le più elevate al mondo, la qualcosa rende concreta la possibilità che il mondiale di calcio (a cui seguiranno nel 2016 le olimpiadi), possa diventare un’occasione mancata invece di una definitiva consacrazione del paese a potenza economica mondiale. Questo lo sanno bene i dirigenti del governo federale, i quali sanno altrettanto bene come in mancanza di investimenti nel settore più arretrato del paese, quello delle strade, delle ferrovie (che attualmente sono inesistenti) e del trasporto pubblico locale, il Brasile farà solo il voo de galinha (volo della gallina) e non il balzo della tigre. È con questa consapevolezza che nel 2007 l’ex presidente Lula si è impegnato per far attribuire al suo paese l’organizzazione dei due eventi internazionali considerando che tanto il mondiale di calcio quanto le olimpiadi avrebbero potuto drenare risorse e capitali per realizzare quei grandi lavori – l’ammodernamento delle infrastrutture dei trasporti e dei servizi – in cui il Brasile è in forte ritardo anche per mancanza di imprese e mano d’opera specializzata. Ma come in ogni grande sfida, i rischi di non riuscire sono alti specialmente adesso che le congiunture economiche internazionali non sono più favorevoli e la crescita interna ha subito dei rallentamenti.

La questione urbana e il diritto alla città

Il punto di fondo è che in Brasile la questione urbana è diventata una priorità. Nel giro di pochi decenni il paese ha cambiato pelle e da rurale che era, si è trasformato in un paese urbano. Fino ai primi anni del Novecento la vita dei brasiliani ruotava intorno alla fazenda, poi con l’industrializzazione e la prospettiva di un lavoro migliore ci sono state massicce ondate migratorie e in breve tempo si è passati da una popolazione contadina ad una urbana. Oggi l’80% dei brasiliani (vale a dire 160 milioni di persone) vive nelle città le quali essendo poche rispetto alla vastità del territorio, hanno raggiunto velocemente le dimensioni delle metropoli e delle megalopoli senza passare attraverso quei processi di pianificazione che avrebbero mitigato gli effetti della crescita rapida e incontrollata. Nei fatti le città brasiliane sono un concentrato di problemi irrisolti: quartieri residenziali per gente super ricca presidiati dalla polizia privata, favelas e insediamenti abusivi senza strade, senza rete idroelettrica, senza servizi e spazi pubblici che sono delle sacche di povertà e anche di criminalità, rete del trasporto pubblico vecchia e inefficiente, strade sempre intasate a rischio di allagamento ogni qualvolta c’è una pioggia. Un forte ritardo infrastrutturale pesa sulle città brasiliane che pagano anche il prezzo dei venti anni di dittatura militare: la politica urbana dei generali non solo tollerava l’esistenza delle favelas ma addirittura le incentivava considerando più facile tenere sotto controllo della gente indigente lasciata a vivere in baraccopoli isolate e mal collegate che pensare ad un loro trasferimento in quartieri pianificati. Il risultato è quello che si vede ancora adesso: un alto numero di persone che abitano in agglomerati densi di case e privi di ogni qualità urbana e che soffrono della mancanza di linee della metropolitane e di un trasporto pubblico moderno e efficiente. Chi conosce il Brasile sa quanto spaventoso sia il traffico e le ore che si impiegano per spostarsi tra i quartieri e le zone della città. Questo significa che per i brasiliani che non possono permettersi l’elicottero (già, perché i più ricchi si spostano con l’elicottero!) vale a dire per la maggioranza, la giornata trascorre stipati su scomodi autobus, vecchi e scassati, simili a diligenze, solo per andare e tornare dal lavoro.

Non meraviglia se con queste premesse le prime reazioni anti mondiale siano state scatenate nel giugno 2013 dall’aumento del costo del biglietto del trasporto pubblico da 3 a 3,20 reais. Quei pochi centesimi in più da pagare per il viaggio urbano sono stati vissuti dalla popolazione come una provocazione, la richiesta di un sacrificio fatta a gente comune che già si sacrifica quotidianamente per andare a lavorare in cambio di stipendi molto bassi[3], un segno delle diseguaglianze e di una politica di discriminazione sociale che continua a conservare intatti i privilegi di pochi. Come spesso accade nelle grandi rivolte, è stato un fatto apparentemente banale, l’aumento di soli 20 centesimi di real, a scatenare la reazione e a portare nelle strade delle grandi città più di un milione di persone capitanate dagli studenti del movimento Passe Libre[4] che hanno gridato contro le spese eccessive sostenute per gli stadi e la dilagante corruzione a discapito del miglioramento del trasporto pubblico locale e della realizzazione di nuove scuole, di nuovi ospedali, di case dignitose e servizi accessibili a tutti. È un cambio di passo quello che è stato rivendicato dai manifestanti durante i giorni della Confederations Cup: porre al centro delle politiche nazionali l’uguaglianza e il diritto alla città ma anche il coinvolgimento dei cittadini alle decisioni e ai modi della costruzione e ricostruzione delle città.

Mondiale, punto interrogativo

Dal 2013 le contestazioni non si sono fermate e accanto agli studenti di Passe Libre sono scesi in piazza anche i movimenti dei senza tetto e dei senza terra insieme a operai, abitanti delle favelas, disoccupati, autisti di autobus, impiegati di banca, addirittura poliziotti uniti da una stessa convinzione: difendere gli interessi collettivi e contrastare le politiche che escludono la popolazione dallo spazio pubblico e ne violano i diritti. C’è qualcosa di profondo nel malessere sociale venuto fuori nel giugno 2013 che non solo ha costretto la presidente Dilma Roussef a cancellare un viaggio di stato in Giappone per incontrare gli studenti di Passe Libre e a revocare l’aumento del biglietto del trasporto pubblico, ma che ha anche fatto riemergere la piaga della diseguaglianza. In Brasile le differenze sociali sono ancora molto forti e nonostante la politica di espansione del mercato interno e di rafforzamento del potere d’acquisto intrapresa da Lula e che ha visto la formarsi di una nuova classe media, lo sviluppo del paese tra nord e sud è diseguale. A differenza dell’Italia, in Brasile la situazione è ribaltata e il nord, quello degli stati di Manaus, di Recife, di Bahia, è la parte più sofferente: nonostante le materie prime e la ricchezza di risorse naturali, il nord del Brasile risente dei secoli di schiavitù, di sfruttamento e di sottosviluppo che hanno ostacolato una crescita e un benessere equamente ripartito. Le questioni razziali ancora esistono e a Salvador, la città della baia dos Todos Santos celebrata nei dépliant come una perla, meta immancabile del viaggio, la povertà dei neri si tocca con mano. Il Pelourinho, centro storico eletto dall’Unesco patrimonio dell’umanità, è una riserva per turisti e basta uscire dagli itinerari prestabiliti per rischiare la pelle. Ma il punto dolente non è tanto questo, quanto il terribile contrasto tra uno stadio gigantesco e scintillante che campeggia al centro della città e il caos che gli sta intorno. L’arena Fonte Nova che ha sostituito il vecchio impianto obsoleto per accogliere il pubblico internazionale del mondiale si trova in una città dove non esiste la metropolitana o meglio dove ce ne sarebbe una già pronta e già testata che però ha subito chiuso i battenti forse per aspettare il fischio di inizio dei mondiali e riaprire in grande stile. Nel frattempo chilometri di autobus scassati e straripanti di gente sono fermi in fila uno dietro all’altro nelle loro corsie preferenziali in mezzo a distese di macchine altrettanto ferme in una città costantemente congestionata dal traffico e che obbliga la povera gente che va al lavoro – i neri – a ore e ore di lenti e scomodi spostamenti. In realtà lo stadio Fonte Nova non è l’unico a rivelare le contraddizioni del Brasile. Per ognuno dei 12 stadi è possibile raccontare una storia di sprechi e contrasti, ma forse il più controverso è il nuovo stadio Itaquerao in costruzione a San Paolo e costato finora 450 milioni di dollari oltre la vita di qualche operaio caduto dalle impalcature. Non solo sono stati spesi parecchi soldi per costruirlo senza che ce ne fosse un’effettiva necessità visto che quello esistente ristrutturato pochi anni or sono dal premio Pritzker Paulo Mendes da Rocha sarebbe stato perfetto per le partite dei mondiali essendo situato in una zona raggiunta dalla metropolitana, ma la sua presenza ha spinto alle stelle i prezzi degli affitti delle case in una zona carente di servizi, senza ambulatorio medico, ospedale e scuole. Nonostante che il nuovo stadio verrà gestito dal Corinthians uno dei club più importanti e prestigiosi del calcio brasiliano paragonabile alla nostra Juventus e di cui è tifoso anche l’ex presidente Lula, la gente si è ribellata e membri del movimento dei senza tetto hanno manifestato la loro disapprovazione insieme a migliaia di famiglie disoccupate o con redditi ai limiti della sopravvivenza per chiedere riforme della politica degli alloggi e dell’urbanistica.

Cosa succederà?

Ce n’è abbastanza per capire che la situazione non è facile per la presidente Dilma Roussef. Da esponente del Partito dei lavoratori arrivata al potere grazie al sostegno di Lula più che per la sua biografia politica e la militanza contro la dittatura che le sono costate le torture dei militari, Dilma deve trovare il modo di arrivare fino in fondo al mondiale senza tradire le attese della sua gente, considerando che il prossimo 5 ottobre si terranno le elezioni presidenziali. Nei sondaggi Dilma Roussef è ancora in vantaggio ma il suo consenso si è molto ridotto.

Nonostante il numero dei manifestanti sia calato rispetto al milione di un anno fa – i giornali hanno parlato di circa 10.000 persone nella giornata internazionale della resistenza contro la Coppa del Mondo – è possibile prevedere una continuazione degli scontri durante le partite se il governo e la sua presidente non riusciranno a fornire qualche segnale di nuova politica sociale. Per ora la presidente passa la palla accusando da una parte i vertici della FIFA di fare richieste insostenibili che spremono il Brasile, dall’altra continuando a ripetere che gli stadi sono opere che producono dei miglioramenti duraturi e che ognuna delle dodici città del mondiale beneficerà di un miglioramento della rete del trasporto pubblico e della metropolitana. A scanso di equivoci però sono stati mobilitati un ingente numero di agenti, si dice 170 mila, per garantire la sicurezza nelle città del torneo. Il calcio che ha sempre ricoperto un ruolo aggregante e nazionale per paradosso sembra essere diventato il vessillo dell’esclusione e della discriminazione sociale. Oltre alla montagna di soldi spesi per i nuovi impianti, tra i brasiliani serpeggia la terribile sensazione che le partite del mondiale non saranno accessibili alla maggioranza della popolazione per i costi proibitivi dei biglietti ben superiori al salario minimo di 724 reais e per la capienza ridotta degli stadi che esclude i posti in piedi con una drastica diminuzione dello spazio dei tifosi.

Roma 4 giugno 2014 (pubblicato sul Ponte)


[1] I 12 stadi mondiali sono Maracanã (Rio de Janeiro), Mineirão (Belo Horizonte), Estadio Nacional (Brasilia), Arena da Baixada (Curitiba), Castelão (Fortaleza), Beira-Rio (Porto Alegre), arena da Amazõnia (Manaus), arena Pantanal (Cuiaba), arena das Dunas (Natal), arena Pernambuco (Recife), arena Fonte Nova (Salvador), arena Itaquerao (San Paolo). Di questi, i primi 6 sono stati rinnovati per adeguarli alle richieste del comitato internazionale e gli altri 6 sono stati costruiti ex novo. Per soddisfare i requisiti della FIFA, gli stadi mondiali devono avere un certo numero di posti a sedere, ingressi e servizi conformi, sale stampa e studi televisivi, parcheggi riservati, sistemi di sicurezza e impianti a norma. Inoltre per motivi ambientali e di risparmio energetico gli stadi devono anche essere ecosostenibili, raggiungibili con il trasporto pubblico e dotati di tutte le facilities per l’accoglienza come hotel, negozi e ristoranti.

[2] A Rio de Janeiro dove ci sono ben 1.071 favelas sparse a macchia di leopardo sull’intero territorio metropolitano (Le Monde 26 giugno 2013), le tensioni vanno dalla resistenza agli sgomberi forzati com’è avvenuto nelle favelas di Metro Mangueira a ridosso dello stadio Maracanà e di Maré, un agglomerato di 16 comunità e 132.000 abitanti che abitano vicino all’aeroporto internazionale, fino al regolamento di conti con i narcotrafficanti che nella favela di Pãvozinho Cantagalo ai margini di Copacabana ha provocato la morte di un noto ballerino di samba, star televisiva di una trasmissione del tipo “Amici di Maria de Filippi”, scatenando una protesta degenerata in violenza e sparatorie che è finita con il ferimento di alcuni dimostranti. Anche a San Paolo lo sgombero delle favelas intorno al nuovo stadio Itaquerao ha causato dei morti.

[3] In Brasile il salario minimo è di 724 reais vale a dire l’equivalente di 250 euro circa. Si tratta di una cifra ancora molto bassa considerato che il costo della vita non è poi così inferiore al nostro. Pur con una classe media in ascesa e politiche di espansione dei consumi, la povertà è ancora largamente diffusa: ne sono una prova le strade delle grandi città che sono piene di gente che vive sui materassi e si costruisce un riparo di cartone. Non stupisce che con queste premesse, i lavori per il mondiale di calcio vengano vissuti come qualcosa di inutile e stiano crescendo criminalità e malessere sociale.

[4] Il movimento Passe Libre è stato fondato nel 2005 al social forum di Porto Alegre con l’obiettivo di un trasporto pubblico gratuito nelle città.

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