ATTENTI AI DINOSAURI! La Task Force «Natura e Lavoro» Luciana Castellina

set 19th, 2020 | Categoria: Editoriale

Attenti ai dinosauri!

Il titolo Attenti ai dinosauri! sta lì a denunciare tutti quelli – tanti, soprattutto in Confindustria – che spacciano per modernità l’accelerazione di un modello economico che la scienza e la cultura più moderna hanno indicato come responsabile dei sempre più gravi mali della Terra, e perciò di chi la abita, noi umani per primi. Siamo a un passaggio drammatico della storia e non c’è più molto tempo per reagire. Ognuno come può. Noi abbiamo pensato che avrebbe potuto essere utile dar vita a una task force in grado di aiutare a capire e a suggerire iniziative di lotta. Il gruppo che le ha dato vita e ha lavorato per preparare questo instant book è nato in modo molto informale, come esito di una proposta che ho rivolto a una decina fra scienziati e professionisti di diversa specializzazione, più un imprenditore, un agricoltore, un presidente di biodistretto, tutte persone di cui, anche se alcuni non li avevo mai incontrati, conoscevo le competenze e la sicura «fede» ambientalista. Pronti a un impegno non accademico e non occasionale, ma duraturo, capace di aiutare a tradurre la battaglia ecologica in concrete vertenze. Scopo: mettere su una task force in grado di monitorare, proporre, criticare se necessario, il piano per la ripresa. Con una particolare attenzione ai nuovi settori di possibile occupazione coerenti con uno sviluppo sostenibile dove indirizzare quelli che oggi sono occupati in settori produttivi nocivi per l’ambiente e che dovranno esser tagliati. La debolezza di molte battaglie ambientaliste è stata infatti sempre quella di non essersi curata abbastanza di indicare i nuovi «lavori» che la rivoluzione ecologica prevederà e che dunque offriranno un’alternativa occupazionale a chi invece il lavoro lo perderà. Proponendoci così di essere utili a tutte le organizzazioni e gli individui che condividono le nostre preoccupazioni, alimentando la loro iniziativa con ragionevoli rivendicazioni. Per l’importanza che credo noi tutti attribuiamo alla questione sociale ci impegneremo soprattutto a indicare quali nuovi settori lavorativi si aprono se la scelta della sostenibilità verrà presa sul serio. L’urgenza di affrontare questo problema nasce ovviamente dalla necessità di raccogliere in Italia le indicazioni dell’European Green Deal e di impedire che la consistente somma di danaro allocata per realizzarlo venga usata per finanziare il rilancio del modello di sviluppo che dobbiamo combattere. Tanto più questo controllo e l’indicazione di proposte adeguate appaiono importanti dopo l’accordo raggiunto a Bruxelles su quello che ora si chiama «next generation Europe». Noi lo riteniamo un risultato storico, sebbene ancora pieno di limiti e pericoli, perché per la prima volta, dopo cinquant’anni, l’Unione europea intacca l’orrendo principio ispiratore dei suoi Trattati istitutivi (Maastricht e Lisbona) – il famoso «no bail out» – secondo cui nessun paese deve intervenire nella crisi di un altro stato membro che deve sbrogliarsela da solo. E cioè il contrario della solidarietà, su cui non può non esser fondata una vera Comunità. E questo per la prima volta allocando risorse comunitarie da devolvere non solo sottoforma di prestiti, ma di aiuto. Parecchi soldi, a una sola, sacrosanta condizione: che siano spesi per risanare l’ambiente e per dotare tutti della risorsa digitale. Guai se l’Italia non rispettasse ora questa regola! Le persone cui mi sono rivolta per dar vita a questa task force hanno tutte accolto la proposta con grande entusiasmo e nel corso del lavoro alcuni altri, portatori di altre conoscenze, si sono aggiunti. Abbiamo discusso e lavorato per diverse settimane, iniziando quando del piano Colao non si sapeva ancora niente, né esisteva altro progetto proposto dal governo. Poi sono seguiti gli Stati Generali, piuttosto confusi nelle loro conclusioni, come sempre avviene quando non si discute su un documento da approvare, modificare o respingere, visto che quando si è aperta l’iniziativa di Villa Panphili il documento Colao si era già rivelato inservibile. Poi, senza alcuna logica consequenzialità, è arrivato il decreto governativo che sembrava tirato fuori dalla manica del prestigiatore tanto poco ha a che fare con le proposte avanzate dalle organizzazioni ambientaliste. Che pure erano quelle che avrebbero dovuto essere ascoltate visto che era di ecologia che bisognava parlare: sia perché si trattava di decidere come spendere la consistente somma di danaro che stava per esser allocata dalla Commissione per il rilancio post-covid, il cui utilizzo è espressamente condizionato all’attuazione dell’European Green Deal; sia perché proprio la pandemia sembrava aver fatto prendere coscienza della verità contenuta nelle parole di papa Francesco nella sua Enciclica Laudato si’: «In un mondo malato non possono esserci esseri umani sani». Il decreto, invece, pur accanto a qualche buona misura, anziché impostare un nuovo modello economico sociale sostenibile, ha recuperato il peggio del passato, grandi opere comprese, alcune addirittura «provocatorie» come la TAV, appena irrisa dal nuovo sindaco di Lione, e l’allargamento dell’aereoporto di Firenze, ossessione di Renzi. Del decreto italiano accompagnato dal significativo slogan «alziamo il limite di velocità all’Italia» quel che colpisce è soprattutto che non si capisce di che progetto si tratti e quali criteri abbiano ispirato la selezione delle opere beneficiate, così aprendo inevitabilmente la strada all’assalto alla diligenza, a provvedimenti in cui troviamo qualche buona intenzione – un paio di strade provinciali e di sacrosanti collegamenti in Sicilia – e contemporaneamente un sacco di soldi per autostrade, nonostante l’UE ci dica che i trasporti su gomma dovranno esser ridotti del 75%. Tutto questo, accompagnato da un inno alla velocità che sembra rieccheggiare le fantasie moderniste del Futurismo, e invece si tratta della cultura dei dinosauri che si spacciano come moderni. Queste frettolose facilitazioni concesse alle imprese servono a dare lavoro? Sì, per qualche mese, ma in nessun caso ad aprire nuovi settori strategici che lo garantiscano nel tempo. In questo quadro credo si dovrebbero moltiplicare le task forces per combattere i dinosauri e sostenere tutti i gruppi impegnati a cambiare il paese. Task forces che come primo obiettivo devono avere quello di monitorare cosa viene fatto, criticare, protestare, proporre: innanzitutto la assoluta trasparenza sulle motivazioni che hanno ispirato l’inclusione di questa o quell’opera fra le beneficiate dai vari fondi previsti, un confronto pubblico sul progetto complessivo, un organismo di controllo. Non è vero che per approntare progetti adeguati ci vuole tempo e invece dobbiamo andare veloci: da anni le organizzazioni ambientaliste e gli scienziati ci hanno detto cosa bisogna fare. Noi stessi abbiamo creato questa task force proprio per raccogliere le indicazioni già sul tappeto e per proporne di nuove. Grazie al Manifesto, che con il suo settimanale, «Exraterrestre», testimonia della sua sensibilità ecologica, abbiamo già fornito alcune prime indicazioni relative ai nuovi settori che si aprono all’occupazione in un inserto pubblicato poche settimane fa. Ora con questo instant book le abbiamo chiarite e ampliate. Sappiamo bene che molti altri, individualmente o a nome della propria organizzazione ambientalista (Lega Ambiente, Slow Food, Green Peace, WWF, Laudato si’, ecc.), hanno preparato proposte analoghe alle nostre e speriamo sia possibile un confronto e una collaborazione fra tutti che sarebbe molto utile. Insieme dovremmo definire un «Piano per il Lavoro» per riprendere il nome, e l’idea che, in tutte altre condizioni, aveva inventato Di Vittorio all’inizio degli anni Cinquanta. Per farci riconoscere e poter operare collettivamente ci siamo dati un nome, «Natura e lavoro», un modo anche per sottolineare l’urgenza di batterci perché nuovi settori di occupazione vengano adeguatamente finanziati, sì da sfuggire al tremendo ricatto quotidianamente imposto ai lavoratori. Taranto docet. Che ovunque ci si muova con tanta poca coerenza quando si affronta il tema ecologico non meraviglia. La transizione a un modello sostenibile è questione tosta, per nulla indolore come pure pensa qualche «verde liberale». Per questo tutti ne parlano ma da nessuna parte si opera conseguentemente: mette in discussione nientemeno che il mercato, presuppone la riduzione dei nostri consumi di merci superflue, dunque la parallela riduzione dell’occupazione in importantissimi settori industriali, un passaggio a lavori diversi che potrebbe esser dolorosissimo. Di qui l’idea di mettere su questa piccola task force che si propone di essere utile a tutte le organizzazioni e gli individui che condividono le nostre preoccupazioni , alimentando la loro iniziativa con ragionevoli rivendicazioni. Soprattutto il sindacato, che non può non progettare mutamenti seri nel lavoro (e infatti ha cominciato a farlo). A chi resta senza occupazione per via delle trasformazioni necessarie non basta prospettare ammortizzatori sociali: devono essere offerti altri lavori, analogamente remunerati e dotati di altrettanta dignità. C’è in proposito anche un aspetto culturale in quanto dovremo fare, basti pensare alla difficoltà di spostare un operaio che sta a un alto forno nei territori che franano a ogni pioggia. (E nonostante a chiunque dovrebbe esser chiaro che è meglio lavorare all’aria aperta anziché nell’inferno delle acciaierie!). Non siamo né una organizzazione, né un movimento, ma speriamo di poter lavorare con il maggior numero di organizzazioni e movimenti. Siano autonomi ma apparteniamo tutti alla vasta area di sinistra, alcuni iscritti a un partito altri no (per la verità se sì non so neppure a quali). Io sono di Sinistra italiana, alla deputata di Leu Rossella Muroni, già presidente di Lega Ambiente, abbiamo chiesto di fungere da referente/appoggio in Parlamento, un compito importante per sapere cosa si muove e come la macchina statale. A quel livello possiamo anche contare sulla senatrice Loredana De Petris, che rappresenta Sinistra Italiana nella maggioranza governativa e sa di cosa si tratta perché ha fatto parte di quell’ala del partito Verde che confluì in SEL (Sinistra Ecologia Libertà), poi diventata Sinistra Italiana. Gli appartenenti al gruppo, come ho già detto, hanno ognuna/o una diversa specifica competenza. Io sola non ne ho nessuna se non quella di essere stata nel CN di Lega Ambiente da quando è stata messa al mondo, nei lontani anni Settanta, un’esperienza che mi ha insegnato molte cose. Sono qui con la responsabiltà del lavoro organizzativo e di coordinamento, assieme a una giovane compagna di Sinistra Italiana, Barbara Auleta.


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