apr 22nd, 2015 | Categoria: Primo Piano

innovazDov’è l’innovazione? La rivista l’ha cercata nella politica, nelle istituzioni, nella comunicazione, nella fede, nella giustizia, nelle élites. Inutilmente. Eppure oggi è la parola più usata, che pretende di essere aggressiva, di risolvere la crisi, di cambiare radicalmente il mondo. «Nulla sarà come prima», quante volte in questi ultimi anni questa frase l’abbiamo letta o sentita da pennivendoli e ciarlatani! Invece il segnale più diretto ed eclatante che ci è pervenuto è proprio la scomparsa del gusto della ricerca, del rischio dell’avventura teorica, dell’assenza di creatività, soprattutto nella nostra cultura politica stretta nella morsa della crisi economica, dell’emergenza sociale e dell’assenza di una radicalità delle scelte di campo perché non più legittimata da quel vuoto politico in cui oggi ci dimeniamo. Tutto diventa uguale nel linguaggio della comunicazione, tutto «ritorna al passato» in quello della politica per l’incapacità di pensare e rispondere al presente e il linguaggio non fa che rispecchiare questo vuoto. L’uso grottesco della parola “innovazione” sta appunto a dimostrarlo. Non a caso il segno impressionante di questa crisi si svela nella consumazione e nella distruzione della parola. Di fronte alla innovazione (questa sì vera) della tecnica e del capitale finanziario, la parola della politica si è fatta silenzio e di conseguenza la parola degli uomini ha perso man mano la sua forza. Si è pervenuti alla parola concepita come pura convenzione senza alcun rapporto con la realtà che non riesce più ad esprimerla né a comunicarla. Solo l’evento in sé conta ma svuotato appunto di ogni consistenza materiale: l’evento che deve reincantare un mondo senza futuro dove tutto continua indifferentemente e indefinitivamente verso la consumazione di ogni aspettativa e di ogni prospettiva. È il mondo dell’homo aestheticus dove le distinzioni e le opposizioni reali perdono forza con la conseguenza di produrre nessuna esperienza e insieme una passiva accettazione della logica dell’ et…et e non dell’aut…aut. La cultura materiale si trasforma in cultura dell’immagine e sparisce. E, d’altra parte, «il piacere per il mondo delle immagini – si domandava Walter Benjamin – , non si nutre forse di una cupa ostinazione contro la conoscenza?» Di fronte all’innovazione farlocca ci possono essere due atteggiamenti: la denuncia o il disincanto. La rivista ha scelto il primo. Il secondo sarà il tema di un prossimo numero. Non viviamo affatto in un mondo disincantato come molti ritengono. Anzi. Anche qui l’inganno perpetrato dall’innovazione ‘che non c’è’ ne è la riprova. Dalla politica allo sport, dallo spettacolo alla religione la moltitudine ha bisogno continuamente di idoli sempre nuovi che vengono poi venerati in maniera ossessiva e in riti sempre-uguali e ripetitivi che sono l’opposto del disincanto e del suo senso della fine. Il disincanto bandisce infatti l’eccesso di ogni atteggiamento. Non mira mai a qualcosa, non cerca mai di persuadere. Ha una mano leggera pronta a lasciare la presa. Vive nella separazione, nell’assenza, nel distacco. Perché il suo obiettivo non è di rinchiudersi nelle fantasticherie o nelle illusioni ma quello di una critica spietata e corrosiva agli strumenti e alle forme del potere e di ogni autorità costituita che usano appunto la chiacchiera e i luoghi comuni per perpetuare il loro dominio.

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