40 anni di ’77: un percorso ancora da fare

apr 20th, 2017 | Categoria: ARCHIVIO E DOSSIER, Editoriale

Sono passati ben 40 anni dal 1977 (e il prossimo anno sarà ‘mezzo secolo’ dal 68); nonostante tutto questo tempo “il movimento del ’77″ sembra non riuscire ad acquisire la dignità di oggetto di indagine storica, pienamente inserito nelle ricostruzioni più generali degli anni Settanta.

La maledizione della famosa frase contenuta nel volume collettaneo sul marzo bolognese si aggira come uno spettro ogni volta che si affronta il tema.

“Non esisterà uno storico, non tollereremo che esista uno storico, che assolvendo una funzione maggiore del linguaggio, offrendo i suoi servizi alla lingua del potere, ricostruisca i fatti, innestandosi sul nostro silenzio, silenzio ininterrotto, interminabile, rabbiosamente estraneo”.

La dicotomia estrema tra chi ricorda e racconta sui grandi media quegli eventi solo come un ‘inserto’ della lunga notte della Repubblica e tra chi invece li ‘celebra’ con nostalgia come “l’anno in cui il futuro cominciò”, “l’esordio del tempo nuovo” sembra occupare l’intero spazio della narrazione.

Due immagini dominano e in qualche modo riassumono le due opposte letture: la famosa/famigerata foto del-giovane-autonomo-mascherato-con-la-pistola durante gli scontri del 14 maggio a Milano che portarono alla morte dell’agente Custrà; la foto di Tano D’Amico che ritrae Leonardo Fortuna (Daddo) armato e che sorregge Paolo Tommasini, ferito, a piazza Indipendenza a Roma il 2 febbraio.

Da un lato la foto che immediatamente divenne “il racconto” del ’77: la violenza armata, l’egemonia dell’autonomia operaia sul movimento, la contiguità del movimento con le organizzazioni clandestine, la morte, gli anni di piombo. Come ricordava ‘a caldo’ Umberto Eco, “quella foto non assomigliava a nessuna delle immagini in cui si era emblematizzata, per almeno quattro generazioni, l’idea di rivoluzione. Mancava l’elemento collettivo, vi tornava in modo traumatico la figura dell’eroe individuale”.

Dall’altro l’immagine ugualmente ‘guerriera’, Daddo è armato, ma che rappresenta la solidarietà (tra combattenti), il concetto di “amicizia pubblica”, come afferma Paolo Virno in una recente intervista sull’inserto del «manifesto» sul 77; l’idea di violenza come “un diritto di resistenza rispetto alla nuova configurazione delle istituzioni post-statali”. Questa foto fra l’altro ha in qualche modo scalzato l’altra immagine, sempre di Tano D’Amico, che per molti anni era in qualche modo il simbolo di chi non aveva un approccio negativo a priori nei confronti del movimento: quella della giovane compagna mascherata, novello Pinocchio, tra due carabinieri.

In realtà, soprattutto negli ultimi dieci anni, hanno visto la luce anche nuovi studi, che hanno iniziato a svincolarsi da queste due linee interpretative e a prendere le distanze tanto dalla demonizzazione preventiva quanto dall’esaltazione acritica. Si tratta di libri e saggi con un approccio storiografico su quelle vicende, spesso opera di studiosi/e che appartengono anagraficamente a generazioni altre da quelle attraversate dalla lunga stagione dei movimenti.

Sono lavori interessanti che affrontano alcuni dei temi che il movimento del ’77 fece emergere (l’enfasi sui desideri, la crisi del lavoro come fattore di identità, la violenza realizzata e subita, le elaborazioni culturali ed espressive), che tentano di dare una definizione generale del movimento (la sua collocazione tra i movimenti sociali, la composizione e le diverse concezioni del conflitto che lo attraversarono) e, infine, si interrogano sui rapporti tra il ’77 e la società italiana del periodo, sui lasciti del movimento e sulle memorie che intorno a esso si sono prodotte.

La nostra casa editrice ha da sempre, rispetto alle vicende della stagione dei movimenti, cercato di dare valore a un approccio storiografico e a non rinchiudersi nel ghetto della memorialistica e del reducismo. Questo vale per le numerose pubblicazioni intorno al ’68, non solo italiano, ma anche sugli anni Settanta. Riguardo al movimento del ’77, già più di dieci anni fa, con la pubblicazione nel 2006 del volume di Marco Grispigni, 1977, avevamo intrapreso il percorso di tentare di dare una dignità di oggetto storico al movimento.

Quest’anno intendiamo continuare questo percorso e in autunno pubblicheremo un volume di Alessio Gagliardi, 1977: dalla memoria alla storia, che analizzando le molteplici interpretazioni del ’77, punta a restituire la complessità e le molteplici sfaccettature di quell’evento e inserirlo in una più ampia prospettiva storica.

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